LA ROTTA DI ULISSE

 


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Aprile

di Laura Nicoli

Aprile è il quarto mese dell'anno in base al calendario gregoriano e apre la stagione primaverile. In origine era il secondo mese dell’anno (anno di Romolo) ed aveva 30 giorni. Numa lo ridusse a 29 e Cesare lo riportò a 30 giorni.
L’origine del nome aprile è controversa. Alcuni lo collegano al verbo aperire, perché la primavera “apre”, fa sbocciare la natura. La versione più accreditata, però, lo fa risalire ad Afrodite, dea dell’amore che nasce dalla spuma, aphros, del mare Egeo, giunto ai Romani attraverso l’Etrusco apru. D’altro canto, il numero di aprile è il quattro: ogni tradizione simboleggia la Terra, la materia ordinata della creazione. Infatti, quattro sono gli elementi: aria, acqua, terra, fuoco.
Nella tradizione mediterranea il mese era dedicato ad Astarte, la Venere babilonese dea della forza generativa. In tutto il bacino mediterraneo il mese si apriva con le Adonie per festeggiare la resurrezione di Adone (il Signore) nome popolare di Tammuz che tornava alla vita per ricongiungersi alla dea, o il Pammegas diventato poi il dio Pan. Ad Atene si celebravano le grandi Dionisie, in onore di Dioniso liberatore, con una processione in cui gli iniziati, coronati di fiori, si abbandonavano all’ebbrezza.
L’usanza del “pesce d’aprile”, cui molti attribuiscono un’origine storica nella Francia del ‘600, è riconducibile alla fusione di tradizioni diverse. La prima è legata al simbolo animale: il pesce compare nell’induismo, simbolo di saggezza e di “rivelazione” quando consegna i Veda a Manu, il padre dell’umanità. In Fenicia era noto come Dagon, Oannes in Mesopotamia. Simbolo anche di vita e fecondità per la grande capacità di riproduzione di questo animale e per il numero infinito delle sue uova. Utilizzato in un giorno che godeva una volta di cattiva fama, quasi per esorcizzarla, il primo aprile era anticamente considerato giorno infausto.
Ma nella tradizione del pesce d’aprile è affluita anche un’altra tradizione risalente ai primi tempi del Cristianesimo. Era consuetudine, il giovedì santo, burlare gli ingenui mandandoli in giro a vuoto, dando origine ad una specie di processione carnevalesca. Infatti, i tre giorni che precedono la Pasqua, in quanto periodo di passaggio dal tempo di morte a quello di resurrezione, erano caratterizzati da comportamenti trasgressivi, che la Chiesa anticamente non solo non sanzionava, ma addirittura incoraggiava.
Pasqua è la festa più importante della Cristianità e si celebra la domenica successiva al plenilunio che segue l’equinozio di primavera. Dopo l’equinozio di primavera, aprile annuncia la pienezza del risveglio vegetale. La Natura sboccia in tutto il suo fulgore con una moltitudine di fiori multicolori.
Sono passati secoli da quando gli uomini di scienza prescrivevano ai loro pazienti, “soffocati” da impegni e preoccupazioni, di sdraiarsi venti minuti al giorno all’ombra di una vecchia quercia, o raccomandavano ai genitori di bambini gracili e sofferenti di far passare il piccolo attraverso il tronco cavo di un albero di arancio abbattuto, affinché si irrobustisse.
I pastori, che trascorrono la loro intera esistenza nel “mondo delle piante” e protetti dalla chioma dell’olmo controllano il gregge, sono tra gli uomini più sani e longevi. Approfittiamo dell’invito della natura e riprendiamo la vecchia, buona abitudine del pic nic domenicale sotto l’albero.
Secondo la medicina della Tradizione, il mese di aprile è particolarmente favorevole per il muschio. Il muschio gradisce il fresco, la vicinanza dell’acqua, della roccia, del bosco. Contiene l’energia antica della terra che si affaccia sulla primavera della vita. Il muschio teme il sole troppo forte dei mesi estivi perché il calore riduce notevolmente la sua potenza vitale. Aprile è il mese giusto per liberare tutta la sua azione vivificatrice. Agisce su tutti i tessuti che hanno bisogno di smaltire le scorie accumulate, di ritrovare la freschezza, quella che gli antichi alchimisti chiamavano l’energia dell’ombra. Alcune gocce di olio essenziale massaggiate attorno all’ombelico sono efficaci per potenziare il sistema immunitario. Lo shampoo a base di muschio, oltre a rinforzare i capelli, risveglia tutto il connettivo dell’organismo. Il connettivo è il tessuto più antico da cui, via via, viene continuamente rigenerato tutto il nostro corpo. Le ossa, il grasso, il sistema nervoso hanno bisogno di essere rivitalizzati dalle energie più antiche contenute nel connettivo che il muschio sa risvegliare potentemente in questo mese.
Il sole di aprile ed il muschio formano un cocktail utilissimo per le articolazioni (ginocchia, caviglie, gomiti, polsi…): per questo è utile, per due settimane applicarvi l’essenza con un lieve massaggio. Da questo trattamento ne traggono giovamento anche le mani di chi soffre di artrosi esercitando delle delicate frizioni per qualche minuto. Per chi, invece, soffre di edemi agli arti inferiori dovuti a sofferenza venosa può risultare efficace un pediluvio con 5 gocce di olio essenziale al mattino al risveglio.
La vita pastorale di primavera si pensa sia stata associata alla costellazione dell’Ariete che era una dominante di interesse degli allevatori dell’Asia Minore. Il nome dell’Ariete è dedicato al dio che di Roma era il celeste padre, poiché, secondo la tradizione, aveva fecondato Rea Silvia, la madre dei due gemelli fondatori della città.
La costellazione dell’Ariete si trova tra i Pesci ad ovest e il Toro ad est ed è una figura caratteristica dei cieli autunnali boreali. Si tratta di una costellazione di dimensioni relativamente contenute: occupa infatti poco più della metà del vicino Toro. Le sue stelle sono tuttavia abbastanza appariscenti. L'Ariete si individua con facilità poco ad ovest delle Pleiadi e a nord della grande costellazione della Balena.
La costellazione diventa visibile nel cielo serale alla fine dell'estate boreale (settembre) e resta visibile per tutto l'autunno e l'inverno, fino al mese di marzo.

Esiste una mitologia del segno dell’Ariete
che tiene molto a che vedere con gli antichi Argonauti che partirono in cerca del Vello d’Oro. L’avventura termina con la morte violenta dell’eroe, causata da un colpo di trave di legno che si separa dall’albero maestro finendo con il rompersi tragicamente sulla sua testa. Da qui si evince che il punto debole della personalità dell’Ariete sono i “colpi di testa”.
L’Ariete è un fuoco che si accende subito e come si accende subito si spegne. È un segno che vive nel presente, quando la Natura è condizionata da un grande slancio verso la vita, da profondi fermenti fecondatori che si manifestano in baldanza virile. Lo sforzo compiuto da ogni germoglio per erompere dalle zolle o dai rami richiede aggressività ed audacia, disprezzo del pericolo favorito dall’incoscienza e dalla mancanza di riflessione ed intensa fiducia nel proprio Io. L’esplosione della natura si accompagna alla creatività dell’uomo. Ha progettualità, espansione verso il futuro, capacità espressiva.
Qui il Sole è un Sole neonato, fiero di possedere testicoli e pene ma ancora parzialmente ignaro della loro complessità, da qui la tendenza alla fallocrazia, ad un virilismo che, associandosi al concetto di primato, forma l’inestricabile modo comportamentale di quasi tutta la parte maschile dell’umanità: si riesce a primeggiare grazie alla forza dirompente e perforante del pene e che nessuno se ne dimentichi.
Nell’Ariete troviamo come pianeta principale Marte, quarto pianeta del sistema solare in ordine di distanza dal Sole. Il pianeta, pur presentando un'atmosfera molto rarefatta e temperature medie superficiali piuttosto basse (tra -140 °C e 20 °C), è, tra i pianeti del sistema solare, quello più simile alla Terra: infatti, nonostante le sue dimensioni siano intermedie fra quelle del nostro pianeta e della Luna (il diametro è circa la metà di quello della Terra e la massa poco più di un decimo), presenta inclinazione dell'asse di rotazione e durata del giorno simili a quelle terrestri; inoltre la sua superficie presenta formazioni vulcaniche, valli, calotte polari e deserti sabbiosi, oltre a formazioni geologiche che suggeriscono la presenza, in un lontano passato, di un'idrosfera.
Dopo Venere, Marte è il pianeta più facilmente individuabile dalla Terra, per via della grande luminosità relativa e del caratteristico colore rosso. Per questo motivo già le popolazioni di area grecoromana lo associavano all'immagine di Ares/Marte, dio della guerra. Tra i primi a descrivere delle osservazioni di Marte si ricorda Aristotele il quale ne notò anche il passaggio dietro alla Luna ottenendo così un prova empirica della concezione di un universo geocentrico.
I progressi nell'osservazione spaziale consentirono inoltre la scoperta dei due satelliti naturali, Phobos e Deimos, probabilmente asteroidi catturati dalla gravità del pianeta. L'esistenza di tali satelliti era già stata postulata da tempo, tanto che oltre un secolo e mezzo prima Jonathan Swift ne citava alcuni dati orbitali approssimativi ne I viaggi di Gulliver.
Molto spesso identificato tra i dodici Olimpi come il dio della guerra in senso generale, in realtà Ares è il dio solo degli aspetti più selvaggi e feroci della guerra e della lotta intesa come sete di sangue. Per i Greci Ares era un dio del quale diffidare sempre. Il suo luogo di nascita e la sua vera residenza si trovavano in Tracia, paese abitato da genti barbare e bellicose. Sebbene anche Atena, sua sorellastra, venisse considerata come dea della guerra, il suo campo di azione era quello delle strategie di combattimento e dell'astuzia applicata alle battaglie, mentre Ares prediligeva gli improvvisi ed imprevedibili scoppi di furia e violenza che in guerra si manifestano. Pur essendo protagonista nelle vicende belliche, raramente Ares risultava vincitore. Era più frequente, invece, che si ritirasse vergognosamente dalla contesa. Ares aveva una quadriga trainata da quattro cavalli immortali dal respiro infuocato, legati al carro con finimenti d'oro. Tra tutti gli dei si distingueva per la sua armatura bronzea e luccicante ed in battaglia abitualmente brandiva una lancia. I suoi uccelli sacri erano il barbagianni, il picchio, il gufo reale e, specialmente nel sud della Grecia, l'avvoltoio, i suoi animali sacri il cane e l’avvoltoio.
I Romani identificarono Ares con il dio Marte, che a sua volta era un'antica divinità guerriera degli indoeuropei, la cui figura aveva però assunto in territorio italico caratteri diversi, essendo una divinità molto più complessa e importante dell'Ares greco. Secondo la mitologia romana arcaica era il dio del tuono, della pioggia, della natura, della fertilità e il protettore per eccellenza e dio guerriero e non della guerra, fu anche dio della folgore. La sua natura italica lo fa essere un dio 'guida' degli uomini, ma venne più tardi associato esclusivamente alla guerra e la battaglia, riprendendo il greco Ares.
Dalla sua relazione con Afrodite nacquero due figli, Deimos e Fobos, che personificavano gli spiriti del terrore e della paura. Gli antichi monumenti rappresentano il dio Marte in maniera piuttosto uniforme; quasi sempre Marte è raffigurato con indosso l'elmo, la lancia o la spada e lo scudo, raramente con uno scettro talvolta è ritratto nudo, altre volte con l'armatura e spesso ha un mantello sulle spalle. È raffigurato a piedi o su un carro trainato da due cavalli imbizzarriti, ma ha sempre un aspetto combattivo.
Marte rappresenta il terzo stadio dello sviluppo umano: dopo aver preso un contatto intellettivo ed affettivo col mondo esterno, il bambino tenta di inserirvisi con un’azione diretta. Non soltanto riconosce gli oggetti, ma se ne impossessa, li afferra, li stringe, li scaglia lontano. Misura con questi gesti la sua forza e urta per la prima volta contro i limiti della sua libertà, poiché alcune cose gli vengono proibite o sottratte. L’azione protettiva o educativa degli adulti assume così un carattere costrittivo per la personalità e determina contemporaneamente l’aggressività e la frustrazione. La prima appare a volte come l’unica soluzione possibile alla seconda e Marte rappresenta, appunto, la carica di violenza che ha consentito la sopravvivenza della specie umana travolgendo ogni ostacolo, senza lasciarsi frenare dalla frustrazione che, pur segnalando pericoli, gli provoca una reazione aggressiva superiore anche al suo istinto.
Bisogna peraltro rilevare come Marte abbia grande influenza sugli sportivi e i medici, per questo Marte è innanzi tutto il pianeta dell'azione, della decisione, della combattività. La simbologia muscolo si traduce in aggressività e violenza. Si può essere tendenzialmente aggressivi anche quando, di fronte ad una situazione difficile, la mente reagisce con uno scatto battagliero anziché cercare una soluzione di compromesso e la violenza può manifestarsi anche negli individui più miti, in gesti banali ma eccessivamente caricati di forza. Per cui, Marte rende l’Ariete bellicoso che ci ricorda come la guerra sia il terreno più propizio per il fiorire dell’aggressività marziana.
L’immagine più diffusa di Marte si collega alla sua sede in Ariete, dove la forza bruta appare completamente dissociata dalla ragione. Marte corrisponde al desiderio di affermazione dell’Io attraverso un’azione che gli dia coscienza della propria forza. Morfologicamente è legato alla muscolatura, alla sessualità maschile, all'atteggiamento provocatorio e di sfida; questa simbologia si traduce in aggressività e violenza. Il problema principe dell’Ariete è che non ignora gli Altri, ma li vede come potenziali nemici o come avversari da superare; è tendenzialmente sospettoso di tutto e di tutti, pensa che tutti lo imbroglino e tale condizionamento è indispensabile per mantenere desto l’istinto di aggressività, funzione essenziale che rappresenta la garanzia di sopravvivenza in un mondo che si suppone popolato di lupi.
Nell’Ariete prende volume la competitività che vede negli Altri non più dei nemici, ma degli avversari da battere in una costruttiva gara per il primato. Per moltissimi Arieti la presenza di un antagonista è gratificante perché dà sapore alla vittoria. È un segno coraggioso, ma è un coraggio soprattutto fisico, reagisce ai segnali di pericolo, e soprattutto ai segnali di minaccia, in modo istintivo e irrazionale. La coordinazione dei riflessi è ottima. La diffidenza aggressiva, indispensabile per affrontare un mondo ignoto e denso di pericoli, è frenato dal temperamento patriarcale del segno che suggerisce un profondo rispetto per l’Autorità.
Plutone in Ariete mantiene la sua principale e fondamentale simbologia, che è quella dei testicoli. Si può ipotizzare che Plutone in Ariete si metta al servizio del protagonismo egopatico solare o, meglio, ne diventa il supporto indispensabile. Quando la vita (Sole) si sente incapace di riprodursi per mancanza di seme, avverte una menomazione, quasi una minaccia di morte e reagisce convulsamente.
Le simbologie di intrigo e menzogna di Plutone appaiono molto indebolite, in quanto l’Ariete non riesce ad esprimere un fermento creativo profondo.
Anatomicamente l’Ariete corrisponde alla calotta cranica, ma non al cervello. La testa e la fronte. In particolare: dal 1° al 10° tempia sinistra; dal 11° al 20° calotta cranica; dal 21° al 30° tempia destra. La testa è intesa da sempre come luogo e contenitore della coscienza, cioè della capacità di conoscere il mondo e se stessi. Tutto il cammino dell’evoluzione, l’Universo stesso è inteso come un processo che tende a questo risultato. Se con l’uomo viene al mondo la coscienza, il mondo stesso finalmente può giungere a compimento. Visione, luce, spirito sono, peraltro, anche patrimonio della concezione del capo nella cultura orientale.
Il fatto che la testa, sede della coscienza, occupi la parte più elevata del corpo, connette il rapporto alto – basso proprio del corpo umano al più generale rapporto tra cielo e terra, tra elemento sottile (dove risiedono gli dei più potenti) ed elemento terreno. Questo vale sia in termini di importanza (la parte più elevata è la parte più importante, il vertice), sia in termini di potere. Abbiamo così modi di dire caput mundi, capufficio, ecc.
Altro significato simbolico rintracciabile per il capo è quella di guscio, di elemento protettivo di un contenuto prezioso, il cervello, così come il guscio della lumaca o della tartaruga proteggono la vita dell’animale. Un simbolo universale legato alla testa è quello della corona. La corona è portata sul capo da uomini importanti ed elevati sopra gli altri, come re ed imperatori. Aerea ed immateriale è l’aureola che la tradizione cattolica attribuisce a santi ed angeli.
Circondando il capo, essa collega i due emisferi, raccoglie la destra e la sinistra, il razionale e l’inconscio. Simbolo del raggiungimento di un livello di integrazione maggiore di questi due aspetti, riuniti in un anello simbolico posto sul capo, la corona indica i depositari di una coscienza e conoscenza allargate, di chi ha portato alla luce tutti gli aspetti più profondi di se stesso e dispone di una visione globale dei fenomeni, di una padronanza assoluta dei propri mezzi.
La forma tondeggiante ha sempre suggerito paragoni tratti dall’ambiente naturale, che sono spesso dispregiativi: il cavolo, la rapa, la zucca, la pera. Ci sono poi espressioni che fanno riferimento al carattere, come “testa quadra”, “testa calda”, “testa vuota”, “testa di legno”.
Eppure, la posizione elevata di quest’organo indicano che essa è la parte più importante del corpo. In modo analogico, si può dire che se alla testa del mondo c’è il cielo, al comando del corpo umano c’è appunto il capo.
Il mal di testa è un male vecchio come il mondo: una delle prime tracce di questa malattia è stata, infatti, rinvenuta in un papiro egiziano, risalente a 1500 anni prima di Cristo, in cui erano scritte le formule magiche che il medico doveva recitare mentre preparava i rimedi contro “il demone nella testa”. Ma anche successivamente, nelle tavole romane, in testimonianze orientali e negli scritti di celebri personaggi storici (da Giulio Cesare a Gengis Khan) ritroviamo il “dolore al capo” come uno dei disturbi più diffusi e lamentati. Una patologia che può colpire chiunque e che progredisce con l’evoluzione dei tempi. Più la modernità continua il suo processo, più la cefalea sembra rafforzarsi e interessare maggiori tipologie di persone.
Ci ammaliamo perché nella nostra mente si insinuano “immagini sbagliate”, immagini che ci portano a credere di essere le persone che non siamo. Così le nostre convinzioni, le idee che abbiamo di noi stessi e del mondo in cui viviamo, possono somatizzarsi e diventare malattie. Quando siamo unilaterali e la pensiamo sempre allo stesso modo, quando siamo tenaci ad ogni costo e non ci arrendiamo, entriamo dritti nel mondo del mal di testa e dei suoi simboli. Quando diventiamo contraddittori il nostro inconscio ci sta invitando a lasciare sullo sfondo l’eccesso di razionalità. Quanto più la resa avviene senza sforzi, tanto più la cefalea si allontana. Non pensiamo mai che “il girare a vuoto” possa essere la preparazione di nuovi atti creativi.
La testa è la sede dell’attività che chiamiamo pensiero, immaginazione, ragione. Nel cercare l’origine del mal di testa si deve partire da una constatazione fondamentale: il disturbo colpisce la sede del pensiero. È significativo che il più delle volte la nostra attività mentale si trovi inibita: non riusciamo più a ragionare ed il pensare fa male. Si può voler trattenere l’aggressività che non scarichiamo o che addirittura reprimiamo alla radice, o può essere l’insicurezza che ci assale al punto da irrigidire i muscoli del collo e della nuca procurando un mal di testa da tensione. Se l’energia è eccessiva, si scontra con l’ostacolo ed allora ci può essere collera o depressione. Quando si usa troppa energia per imporre la propria volontà, si ha un ingorgo ed arriva una depressione anche un po’ rabbiosa, l’incapacità di adattamento, di ragionamento. Infine, è la sessualità ad occupare un ampio spazio nella genesi delle cefalee. Reprimere la libido, soffocare il mondo istintuale, distrarre l’attenzione dai desideri per gettarla in frenetiche azioni sostitutive, può condurre a gravi scompensi, a gravi squilibri che spesso si manifestano, poi, sul piano fisico attraverso il mal di testa.
Fra tutti gli organi, la testa è quello che reagisce più rapidamente attraverso il dolore. La testa è il nostro segnale più sensibile. Il suo dolore mostra che il nostro pensiero è sbagliato, che impostiamo i nostri ragionamenti in modo sbagliato, che perseguiamo mete discutibili. Fa capire che ci rompiamo la testa con complicazioni inutili cercando sicurezze che non esistono. La tensione si risolve unicamente con la distensione, ma si tratta soltanto di un altro modo di dire cedere. Quando la testa dà l’allarme attraverso il mal di testa, è tempo di abbandonare il paraocchi che induce sempre a guardare sempre verso l’alto, della testardaggine e dell’ostinazione. È tempo di rivolgere lo sguardo verso il basso e di considerare le proprie radici.
L’emicrania è un mal di testa che si presenta in genere in modo aggressivo, per lo più di una sola metà del capo, accompagnato talora da disturbi della vista. La parola emicrania deriva dal greco e letteralmente significa avere mezza testa, il che denuncia molto chiaramente l’unilateralità del pensiero di chi soffre di emicrania.
Nelle persone che soffrono di emicrania troviamo un conflitto tra istinto e pensiero, tra sotto e sopra, tra addome e testa, fatto che porta a tentare di utilizzare la testa come campo di battaglia dove risolvere i problemi che possono venire espressi e risolti soltanto ad un livello molto diverso (corpo, sesso, aggressività).
È significativo che il più delle volte, in preda a un attacco di cefalea, la nostra attività mentale si trovi a essere inibita alla radice: non riusciamo più a ragionare. Pensare sembra farci male. In realtà in questo modo esprimiamo il desiderio di tenere lontani pensieri troppo invadenti o che ci possono turbare.
La testa può dolere quando la persona tiene un atteggiamento di costante controllo delle situazioni esterne e del proprio corpo e fatica a lasciarsi andare ed ad allentare lo stato di continua vigilanza. Le tensioni si cronicizzano a livello oculare e della nuca, facilitando l’insorgere di tensioni e concentrazioni muscolotensive; i pensieri tendono a diventare ripetitivi e la meta è in un continuo stato di rimuginazione. Mal di testa possono insorgere più frequentemente anche in presenza di forti fluttuazioni di energia che portano ad un’alternanza rapida di stati euforici e malinconici.
Gli oli essenziali aiutano a sciogliere le tensioni somatizzate ed a decongestionare la tensione: riducono l’iperattività mentale riportando l’individuo ad una migliore centratura, così da non essere più dominato dai propri pensieri.

Menta (ha funzione analgesica e defaticante mentale ed è ottima per le cefalee di origine digestiva), limone (abbassa il centro di gravità portando la persona a percepirsi maggiormente a livello corporeo; disintossica e pulisce la mente), Rosmarino (supporta il calo di energia dovuto allo stress mentale), basta massaggiare sulle tempie due gocce del suo olio in un cucchiaio di olio di mandorle o 6 gocce nell’acqua del bagno di olio di rosmarino.
Ribes nero: se soffriamo di cefalea “a grappolo”. Il mal di testa si concentra in un punto frontale per poi irradiarsi: Ribes nigrum fa al caso nostro per “sciogliere” questi attacchi. È una cefalea che colpisce prevalentemente gli uomini e attacca soprattutto di giorno. La personalità del soggetto è apparentemente forte, impenetrabile: il dolore viene vissuto con vergogna. Usi e dosi: in tintura madre, 30 gocce in poca acqua fino a miglioramento.
Parthenium (Tanacetum parthenium): per l’emicrania da “parte nascosta”. Compare regolarmente, spesso riusciamo a prevedere quando l’attacco si fa sentire: è un dolore intenso che spesso ci paralizza nei momenti meno opportuni. È l’emicrania che Parthenium può curare, un dolore che ha le proprie radici in quelle parti di noi che teniamo nascoste (a volte per timidezza, a volte perché “scottano”). Così l’energia non espressa implode finché scoppia in testa. Usi e dosi: da assumere in TM, 30 gocce, due volte al giorno, per tre mesi consecutivi.
Verga aurea (Solidago virga aurea) per la troppa sensibilità. Questo rimedio deve il suo nome alla forma diritta, come una spada dorata, con un lungo fusto su cui si aprono numerosi fiori giallo-oro. Oltre che utile a reni e fegato, è adatta a contrastare tutte le forme di cefalea connesse coi periodi mestruali. Ma non solo: Verga aurea interverrà anche in quei mal di testa per la troppa sensibilità del soggetto. Traumi affettivi ma anche semplicemente piccoli contrattempi quotidiani vengono amplificati ed elaborati quotidianamente, provocando mal di testa improvvisi e dolorosi. Queste persone si sentono sempre “scoperte”, prive di quella corazza che le proteggerebbe contro le piccole “batoste” della vita. Il dolore al capo non è che la difficoltà a filtrare e liberarsi di tutte le emozioni di cui sono “imbevuti”. Usi e dosi: da assumere in tintura madre, 25 gocce per 2 volte al giorno, fino al miglioramento.
Iperico (Hypericum perforatum): se non ci fermiamo mai. Siamo sempre “su di giri” e fatichiamo a frenarci. La nostra vita corre senza fermarsi, sia dal punto di vista professionale, sia nel contesto affettivo. Il nostro motto potrebbe essere “l’importante è la quantità”: così facendo ignoriamo quegli aspetti qualitativi che nella dimensione emotiva fanno la differenza. Chi beneficerà di Iperico ha una personalità che sconta questi ritmi convulsi ogni volta che rallenta o si ferma: il mal di testa diventa così la spia in cui cambiano i ritmi a cui siamo abituati: ecco che le cefalee da week-end o “da vacanza” sono i simboli più rappresentativi. Il male al capo si presenta con fitte e calore sul viso, accompagnato da tempie “che battono”. Da evitare in caso di assunzione di farmaci anticoncezionali, ipertensivi, psicofarmaci. Usi e dosi: in tintura madre, 20 gocce, 3 volte al giorno per 3 mesi. Attenzione per chi assume contraccettivi.
Medicago sativa per la cefalea muscolo-tensiva. Quando il nostro mal di testa nasce da stress e tensioni accumulate, Medicago sativa è la risposta giusta. Efficienti sul lavoro e in famiglia, perfetti nella vita sociale: ci concediamo raramente una parentesi per rilassarci davvero. Ecco che la cefalea muscolo-tensiva è la prima conseguenza di questo stato emotivo e razionale molto rigido. Le dosi: 30 gocce di TM, tre volte al giorno prima dei pasti, fino a miglioramento.
La Lavanda riaccende l’emozione trattenuta che causa dolore. Usata nell’antichità per le malattie del cervello e nei disturbi del fegato, la lavanda è una pianta i cui fiori sono raccolti ancora in boccio, cioè quando devono fiorire ed “esplodere”: per questo è utilissima in tutti quei casi in cui il soggetto non riesce a valorizzarsi e ad esprimersi come vorrebbe. Consigliata l’assunzione in Tintura Madre, 25-30 gocce per tre volte al giorno.
Ginepro: per la persona contorta. Il ginepro è una pianta complessa, con una crescita difficile e con sembianze “contorte”: allo stesso modo è adatta a persone complicate, che usano la testa per “rimuginare” continuamente sforzandosi su ogni minima questione. Sono individui che possiedono un carattere serio e taciturno che si consuma in pensieri “negativi” e su quanto è accaduto in passato. Questo continuo lavoro mentale fa trascurare il fisico che a sua volta rallenta la sua funzionalità (sono presenti problemi digestivi associati alla cefalea). La pelle di questo individuo è spenta e l’intestino pigro: il sistema immunitario è piuttosto debole (sono frequenti bronchiti, raffreddamenti, sinusiti e mal di testa conseguente). Si consiglia l’assunzione in infuso (1 cucchiaino di erba in una tazza di acqua calda, dopo cena) o l’utilizzo della tintura (3-5 gocce della TM) per frizionare leggermente testa e collo.
Valeriana: è efficace contro la cefalea di chi è chiuso in se stesso. È celebre per le sue proprietà calmanti e per curare il sistema nervoso.la parte che viene utilizzata è la radice, che nutre la pianta che è nascosta sotto la terra. Analogamente, tutti noi abbiamo una dimensione “sotterranea”, l’inconscio, di cui è importante avere consapevolezza. Per questo la valeriana è utile ad un soggetto che possiede una scarsa confidenza con le parti più intime di sé e che lo porta ad essere nervoso, ansioso e con disturbi del sonno. Le dosi: durante gli attacchi 10 gocce di TM per un massimo di tre settimane.
Alchemilla: libera le emozioni soffocate. Pianta indicata come antinfiammatorio e antidolorifico, è adatta soprattutto a donne chiuse in se stesse, dedite agli aspetti pratici della vita e che danno poco spazio alla dimensione sentimentale. In verità tutte queste persone sentono il bisogno di vivere intensamente le emozioni che altrimenti rischiano di rimanere inespresse. La cefalea mestruale, accompagnata spesso da un flusso in genere abbondante, segnala proprio questo “ingorgo” emotivo. L’alchemilla può essere assunta come decotto da bere prima dei pasti principali (far bollire qualche foglia in un litro di acqua e lasciar riposare per 10 minuti) ma anche come uso esterno (qualche goccia in acqua tiepida per impacchi sul capo).
Menta piperita: per chi non “digerisce” la vita. Quando il nostro mal di testa dipende da problemi gastrici, allora la menta piperita può fare al nostro caso. È utilizzata per combattere dolori addominali, non solo dovuti ad un’alimentazione pesante ma anche a problemi e questioni che “non vengono digerite”: persone e situazioni nuove, accadimenti improvvisi possono destabilizzare il soggetto che reagisce con irritabilità, ansia, chiusura verso gli altri. Per l’assunzione è consigliato l’infuso: 1 cucchiaino in una tazza (lasciar riposare per 10 minuti) mezz’ora dopo i pasti. Efficace anche il massaggio ai polsi con l’essenza di menta (1 goccia per polso).
Afrodisiaco, stimolante, tonico, ma anche anti-ansia e rilassante, il Vetiver è l’alleato ideale per sintonizzarci con l’energia prorompente di aprile senza esserne travolti. Poche gocce al mattino sono sufficienti per aumentare la concentrazione e dare una sferzata di energia a chi fa fatica ad ingranare. Allo stesso tempo la sua azione riequilibrante del sistema nervoso concorre ad allentare insonnia, nervosismo e tensioni o dolori muscolari che spesso si accentuano proprio in questo mese. Non a caso, in India il vetiver è noto come “olio della tranquillità” ed i suoi frutti vengono usati per intrecciare tende e ventagli che col calore, se li si spruzza d’acqua, sprigionano un’essenza calmante. Tra le molte virtù, il vetiver vanta anche, rispetto ad altri profumi, la qualità di essere atossico, di non provocare mai irritazioni cutanee e di non dare sensibilizzazione. Serve a chi fa molto sport ed è più facilmente soggetto a strappi e contratture muscolari. In questi casi, massaggiare le parti dolenti, mattino e sera, con olio di mandorle dolci, cui si è aggiunto 5 gocce di essenza di vetiver. Il massaggio è utile anche in caso di reumatismi e torcicollo.

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5/4/2008


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