LA ROTTA DI ULISSE

 


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Febbraio

di Laura Nicoli

Il nome del mese deriva dal latino februare, che significa "purificare" o "un rimedio agli errori" dato che nel calendario romano febbraio era il periodo dei rituali di purificazione, tenuti in onore del dio etrusco Februus e della Dea romana Febris, i quali avevano il loro clou il giorno 14. Tale ricorrenza pagana sembrerebbe poi essere confluita nel culto cristiano tributato in onore a Santa Febronia, poi soppiantata da San Valentino e trasferita al 25 giugno. Con questo nome si designava, in generale, tutte le cose utilizzate dai sacerdoti per la “purificazione”: dalle fronde di un albero puro alle focacce di farro e sale ai panni per asciugare il sangue delle vittime sacrificali. Da “februa” deriva anche il termine “febbre”, lo stato di ipertermia che l’organismo utilizza per “purificarsi” da virus e batteri. Nel calendario romano era l’ultimo dell’anno e si apriva con un sacrificio a Giunone Salvatrice e Madre regina prima di una serie di feste che segnavano il passaggio all’anno nuovo, alla rinascita di primavera. Assieme a gennaio è stato l'ultimo mese aggiunto al calendario, poiché i romani consideravano l'inverno un periodo senza mesi. Fu Numa Pompilio nel 700 a.C. a inserirli entrambi per potere adattare al calendario l'anno solare: il febbraio originale conteneva 29 giorni (30 in un bisestile). Augusto avrebbe rimosso in seguito un giorno di febbraio per aggiungerlo al mese in suo nome, agosto, (rinominato da Sestilio), in modo che il mese dedicato a Giulio Cesare, luglio, non sarebbe stato più lungo. Questo fatto, provato da poche fonti non certissime, è contestato da molti storici che reputano più probabile un febbraio da sempre di 28 giorni.
I Celti, all’inizio di febbraio, celebravano la festa della luce rinascente. Era la festa di Imbolc, la festa che celebrava il prossimo ritorno della vita sulla terra dopo la lunga notte invernale. A Imbolc, la popolazione si riuniva alla luce dei falò per aiutare il risveglio della vita. La festa più importante di questo mese è il carnevale, forse la più antica che si conosca. Dalle feste che precedevano l’equinozio di primavera a Babilonia discende la tradizione dei carri allegorici. Se l’inverno è il grembo della Natura, cioè il momento in cui essa si rinnova, il mese di febbraio è l’ultimo delicato atto di questa preziosa gestazione. Esso, infatti, sta addensando sempre di più quelle energie profonde, embrionali che dicembre e gennaio hanno racchiuso nei semi nascosti e silenziosi della terra. Ora, questa energia sta giungendo al suo punto più alto per poi essere partorita, quando a marzo inizierà a fuoriuscire come germoglio ed in seguito come fiore e frutto. Questo processo è calato in perfetta sintonia anche nel nostro corpo, che con l’inverno si è spogliato delle scorie del vecchio ciclo vitale e che ora è impegnato a concentrare le nuove energie destinate a fluire nella vitalità primaverile. Il seme si è ormai trasformato in una pianticina dall’individualità precisa ed al tempo stesso disponibile, duttile, lontana da certi irrigidimenti orgogliosi e da un’affermazione troppo netta della personalità che potrebbero compromettere la sopravvivenza. La forma si adatta al tempo anziché di cercare di dominarlo. La natura si prepara a rinascere e le acque cominciano a sciogliersi dal gelo dell’inverno. Tutto ciò porta al ristagno dei liquidi. Possono manifestarsi disturbi della pressione e problemi circolatori.
Ora gli animali danno fondo alle ultime risorse della terra: scavano nel terreno alla ricerca di cibo per superare quest’ultima frazione d’inverno. Ma è solo apparenza: la terra culla il seme, preparando i germogli; si cominciano a vedere i primi fiori, sono piccoli come i narcisi, gli anemoni (legato al culto di Adone). Pionieri della rinascita il pino e l’abete, che ci regalano ora le prime gemme, preziose contro l’affaticamento e la tosse, mentre il biancospino sconfigge ansia e insonnia ed il timo disinfetta l’intestino.
È il mese dell’Aquario che è una delle costellazioni più antiche. È rappresentato dalla figura di un uomo che con un braccio aperto nella direzione del Capricorno tiene in mano il lembo di un manto o un’asticella, mentre l’altro braccio, la cui mano si trova quasi a contatto con Pegaso, regge un’anfora da cui sgorga il Fluvius Aquari. È situato, come il Capricorno ed i Pesci, nella parte del cielo detta “Il Mare”. Dante lo cantò come il periodo in cui l’inverno trascolora lentamente nella primavera:

“In quella parte del giovinetto anno
che ‘l sole i crin sotto l’Acquario tempra
e già le notti al mezzo di sen vanno

quando la brina in su la terra assembra
l’immagine di una sorella bianca,
ma poco dura alla sua penna tempra”

Fra i Greci vi era chi, come Tubulo, citato da Igino, lo identificava con Cecrope, il primo mitico Re che regnò sull’Attica prima della scoperta del vino, quando si usava l’acqua per i sacrifici agli dei; per questo motivo sarebbe stato raffigurato nell’atto di versare dell’acqua. Nello zodiaco egizio aveva due anfore, una per ogni mano. In India, nei Rigveda, la figura dell’uomo si associa spesso a Indra una divinità di rango minore, Trita Aptya, presente nel rituale della bevanda del dio. Era un dio prevedico il cui nome deriva da trita “terzo” e aptya “sorto dalle acque”. Trita si trasformò, emigrando nel Mediterraneo, in Tritone, il dio barbuto dagli arti inferiori a forma di doppia coda di pesce, che teneva in mano la conchiglia ritorta al cui suono si scatenavano o si placavano le tempeste: era stato l’antico dio del mare prima di venire spodestato da Poseidone.
Il simbolismo dell’Aquario è quello egizio dell’Acqua ripetuto due volte. È un segno d’aria, ma l’acqua che esce dall’urna è di natura aerea ed eterea, partecipa contemporaneamente del carattere fluido dell’aria e di quello dell’acqua.
La metamorfosi del seme, embrionale nel Sagittario, riprende in Aquario col massimo slancio, diventa definita e palese. Le radici che affondano nella terra sono guidate dalla ragione accompagnata da un sicuro istinto di adattamento quotidiano alle circostanze.
Sebbene abbia due pianeti (Saturno e Urano) in comune col Capricorno, l’Aquario è, in un certo senso, il rovescio di quest’ultimo, e ne abbandona la granitica solidità per adottare una linea di condotta sinuosa, malleabile ed elusiva. Saturno, qui, assume soprattutto il suo carattere di anti-solarità, con una contestazione lucida ma duttile dell’immobilismo leonino ed il desiderio solare di riprodurre fedelmente la propria immagine.
In Aquario la forza critica saturniana assume una malleabilità che si manifesta a volte applicando il rigore e la lucidità logica all’assurdo, oppure giunge alla dimostrazione attraverso il paradosso. L’amore per la solitudine diventa in certi casi desiderio di originalità, cioè bisogno di essere isolato in quanto distaccato dagli altri. La forza di decisione è applicata da una realtà in rapidissima evoluzione e si carica di una duttilità che si adatta con prontezza alle situazioni, le sfrutta ora con opportunismo utilitario, ora invece secondo schemi ideologici suggeriti dalla dialettica saturniana. La prontezza dei riflessi, la capacità tecnica sono al servizio della forma e della ragione con una proiezione verso il futuro che esclude ogni fissazione egoistica o immobilistica sull’integrità dell’Io e del Tempo.
Grazie alla vicinanza di Nettuno che aumenta le sue capacità trasformistiche, Urano in Aquario acquista soprattutto la simbologia di opportunismo, con una felicissima scelta dei tempi per sgusciare tra le circostanze avverse e approfittare delle buone. Urano e Nettuno in Aquario suggeriscono che bisogna cogliere l’opportunità per cambiare, oppure adattarsi ai cambiamenti per trarne vantaggio (o per evitare guai). L’associazione Urano-Nettuno si verifica solo in Aquario ed ha effetti peculiari in quanto l’immediatezza del presente è pronta ad adattarsi ad una continua serie di metamorfosi.
Nettuno si unisce a Saturno e Urano per comporre la triade di pianeti. Nettuno in Aquario è di grande importanza perché inizia la sua sofisticata opera di corrosione nei confronti della solarità. A Nettuno spetta il compito di contestare il suo diretto opposto, Y-Tempo. Tutte le simbologie leonine vengono contrastate dall’Aquario. Se nel Leone la vita eterna del sistema planetario, che il Sole è convinto di dominare a suo piacimento, in Aquario viene messa in dubbio perché la fantasia di Nettuno fa sorgere ipotesi di mutamenti o sovvertimenti dove il ripetersi immobilistico del Leone di uno schema sempre uguale lascia il posto ad un concetto evolutivo. La riproduzione dell’uguale a sé, profondamente radicata nella mentalità patriarcale, qui viene messa in discussione. Per fare ciò, l’Aquario deve colpire il suo fulcro che è appunto la figura paterna, donatore di vita pronto a trasformare il suo dono in ricatto permanente; quindi, una profonda indifferenza si inserisce in questo contesto. Dalla scarsissima attenzione che l’Aquario dedica al proprio albero genealogico scaturisce il suo autentico bisogno di libertà, libertà che è insofferenza dei legami duraturi e dei vincoli di qualsiasi tipo. Questa contestazione, porta l’Aquario ad avere una debole tendenza a riprodursi.
Come segno d’aria, il suo problema è possibile che sia la circolazione venosa, in contrapposizione alla circolazione arteriosa del Leone, ed il sistema degli impulsi che vanno dal centro alla periferia. Quindi la sua caratteristica è il far circolare.
Urano, signore dell’Aquario, è il settimo pianeta del sistema solare in ordine di distanza dal Sole, il terzo per diametro e il quarto per massa.
Porta il nome della divinità greca del cielo, Urano, padre di Crono (Saturno) e nonno di Zeus (Giove). Sebbene sia visibile anche ad occhio nudo come gli altri cinque pianeti noti fin dall'antichità, non fu mai riconosciuto come tale a causa della sua bassa luminosità e della sua orbita particolarmente lenta; venne scoperto infatti soltanto il 13 marzo 1781 da William Herschel, diventando così il primo pianeta ad essere stato scoperto tramite un telescopio.
Una delle caratteristiche più insolite di questo pianeta è l'orientamento del suo asse di rotazione. Tutti gli altri pianeti hanno il proprio asse quasi perpendicolare al piano dell'orbita, mentre quello di Urano è quasi parallelo. Ruota quindi mantenendo uno dei suoi poli verso il Sole per metà del periodo di rivoluzione con conseguente estremizzazione delle fasi stagionali. Inoltre, poiché l'asse è inclinato di poco più di 90°, la rotazione è tecnicamente retrograda: Urano ruota nel verso opposto rispetto a quello di tutti gli altri pianeti del sistema solare (eccetto Venere), anche se vista l'eccezionalità dell'inclinazione la rotazione retrograda è solo una nota minore. Il periodo della sua rivoluzione attorno al sole è di 84 anni circa e quindi ogni 40 anni cambia il polo esposto al Sole, che ha una temperatura superiore rispetto a quella dell'equatore. La sua orbita giace in pratica sul piano dell'eclittica.
Urano costituisce lo scenario di numerose opere letterarie, prevalentemente di fantascienza.

• Nella serie di Buck Rogers (1928-), Urano è ritratto come pianeta popolato da robot.
• Nel film Viaggio al settimo pianeta(1962) di Sidney W. Pink, gli astronauti incontrano su Urano delle strane intelligenze.
• Nel telefilm Doctor Who (1963-), episodio The Daleks' Master Plan, Urano è descritto come l'unico luogo dell'universo dove può essere rinvenuto il minerale Taranium.
• Nel film d’animazione Bishoujo Senshi Sailor Moon (1992), Sailor Uranus è la settima soldatessa guardiana ad apparire nella serie e rappresenta il pianeta. I suoi attacchi sono associati con la forza della natura.
• Nella serie animata Futurama (1999-2003), nel 2620 il nome di Urano è stato cambiato in "Urectum".
• In Gifts from Eykis di Wayne W. Dyer (2002), Eykis è una femmina di Urano che impartisce saggezza e spiritualità sulla Terra.

Nella mitologia greca, Urano è una divinità primordiale, personificazione del cielo, in quanto elemento fecondo. Nell'opera di Esiodo, Teogonia, egli è figlio e coniuge di Gea (la Madre Terra). Altri poemi e racconti ne fanno il figlio di Etere (il Cielo superiore), senza che, ci sia rivelato il nome della madre. Molto probabilmente quest'ultima era Emera (la personificazione del Giorno). Secondo la teogonia orfica, Urano e Gea sono due figli della Notte.
Una tradizione diversa è riferita da Diodoro Siculo riguardo a questo dio. Costui sarebbe stato il primo re degli Atlanti, un popolo molto pio e giusto, che abitava sulle rive dell'Oceano. Egli avrebbe insegnato loro a coltivare la terra, a vivere civilmente ed inventò il calendario secondo il movimento degli astri. Alla sua morte gli sarebbero state rese grandi onori divini ed essendo stato un grande astronomo, col passare del tempo, fu identificato col Cielo.
Tutto in Urano sembra ricollegarsi alla simbologia di mani. L’uso delle mani sta all’origine della simbologia uraniana di tecnica poiché l’uomo imparò ben presto ad usarle come attrezzi per poi sfruttarle fabbricando altri attrezzi. La loro importanza, agli inizi della civiltà, fu enorme ed i miti ne ricordano spesso la nascita. L’abilità manuale trae la massima soddisfazione dai prodotti sia delle mani, sia degli strumenti che dalle mani derivano: da qui le simbologie uraniane di lavoro e di realizzazione pratica, mentre la necessità di decidere che cosa sia utile o più vantaggioso implica la rapidità di scelta e di decisione, sommata alla prontezza di riflessi mentali.
Tutte le possibili manifestazioni di Urano hanno alla loro origine una concentrazione quasi esclusiva sul tempo presente, simbologia uraniana che non va mai dimenticata. Per Urano ciò che conta è l’oggi, la cattura dell’attimo fuggente e forse irripetibile, con totale disprezzo del passato e parziale noncuranza del futuro, grazie al principio che si possono sempre modificare le proprie opinioni e le proprie decisioni in base alle necessità.
Nell’Aquario, grazie alla vicinanza di Nettuno, che aumenta le sue capacità trasformistiche, Urano acquista soprattutto la simbologia di opportunismo, con una felicissima scelta dei tempi per sgusciare tra le circostanze avverse e approfittare delle buone.
Le vene hanno un’importanza maggiore delle stesse arterie perché sono la complementarietà del cuore. Le vene hanno il concetto di ritorno venoso che altro non è che il ritorno dalla periferia al centro. La vena raccoglie tutto il sangue di ritorno, raccoglie le scorie, le tossine; deve combattere la forza di gravità, deve avere la forza di buttare verso il cuore, portare verso il centro tutta questa massa di sangue che, mano a mano che sale, diventa sempre più pesante perché ne raccoglie sempre di più. Per questo, la vena ha la funzione di anti-cuore. A livello simbolico, la vena ha una forza autonoma, indipendente dal cuore.
Per meglio comprendere i problemi di salute che derivano da disfunzioni delle vene, ecco pochi cenni su come funziona il nostro apparato circolatorio. Il corpo umano è percorso da una estesissima rete di tunnel, i vasi sanguigni, in cui scorre il sangue. Il sangue scorre in modo continuo all’interno delle arterie, capillari e vene allo scopo di nutrire e ossigenare tutte le cellule dell’organismo, nonché di liberarle dalle sostanze di accumulo metabolico e dall’anidride carbonica. La funzione del sangue è evidentemente essenziale per la vita.
Il cuore, situato nel centro del torace, è un organo muscolare cavo, capace di funzionare come una pompa meccanica, contraendosi ritmicamente in modo autonomo. Il cuore è diviso in due metà funzionalmente separate. Una parte sinistra ed una parte destra. Ciascuna divisa a sua volta in due cavità: un atrio e un ventricolo. Dalla metà sinistra sangue ricco di ossigeno viene pompato nelle arterie, circola nei capillari e attraverso le vene torna al cuore nella sua metà destra. Dal cuore destro il sangue carico di anidride carbonica e scorie metaboliche viene pompato nei polmoni, dove giunge quasi a contatto con l’aria inspirata. Nei polmoni il sangue cede all’aria inspirata l’anidride carbonica ed altre sostanze volatili ed allo stesso tempo si carica di ossigeno. Il sangue ossigenato torna nuovamente al cuore, nella sua metà sinistra, per essere ancora spinto nelle arterie e raggiungere tutte le cellule dell’organismo. L’incessante attività cardiaca permette il mantenimento della circolazione del sangue.
Per contenere e guidare la forza propulsiva trasmessa al sangue dal cuore, le arterie sono dotate di una spessa tonaca muscolare molto elastica, che le rende simili, anche quando sono vuote, a dei tubicini aperti e rigidi. Le vene, invece, benché non siano dotate di grande elasticità, hanno una distensibilità molto maggiore, tanto che in condizioni fisiologiche non sono mai completa­mente riempite (questo succede, caso mai, in situazioni di stasi sanguigna, quando cioè sussiste qualche ostacolo al ritorno venoso del sangue verso il cuore).
Volendo dare una connotazione simbolica, quindi, si potrebbero assimilare le arterie a un principio maschile (la pressione e la velocità del sangue è maggiore, il sangue arterioso stesso ha un colore più acceso), mentre le vene fanno riferimento piuttosto a un principio femminile (san­gue più scuro e lento, maggiore ampiezza e ricettività del vaso, che ha pareti più sottili e "morbide"). Questa diversa polarità si riscontra in effetti anche per quanto riguarda la patologia: gli uomini si ammalano infatti più facilmente di ipertensione arteriosa, mentre i disturbi venosi sono più di sovente riscontrabili nelle donne.
Le vene varicose sono vene in­grossate e nodose che si ren­dono evidenti al di sotto della superficie cutanea come vasi bluastri dal decorso tortuo­so. Le varici possono manifestarsi in ogni area del corpo, ma la maggior parte di esse interessa i piedi e le gambe. Anche se possono diventare dolorose e sfiguranti, nella maggior parte dei casi non sono motivo di gravi problemi di salute. Quando si infiammano diventano doloro­se al tatto e possono causare un ostacolo alla circolazione al punto da provocare gonfiore alle caviglie, prurito alla pelle e soffe­renza dell'arto interessato.
Anche se le varici sono spesso ritenute un mero problema estetico, ci sono alcuni casi, in partico­lare quando sono grosse e dura­no da lungo tempo, in cui posso­no rappresentare anche un ri­schio per la salute. Il rigonfia­mento di caviglie e gambe può portare a modificazione della co­lorazione e dell'aspetto della pelle a causa della cattiva circola­zione cutanea.
La pelle può apparire secca e squamosa oppure umida e trasu­dante. Le vene troppo dilatate e fragili possono rompersi e san­guinare, formando chiazze mar­roni sotto la pelle. Se si rompono all'esterno in seguito a piccoli traumi, possono determinare ul­cerazioni. Altre volte le vene va­ricose, favorendo il ristagno di sangue, promuovono la forma­zione di un coagulo che può ostruire una vena e provocarne l'infiammazione, una trombofle­bite.
Le varici sono il risultato di un aumento cronico della pressione sanguigna a livello del distretto venoso della circolazione. La pressione fa sentire, infatti, la sua spinta sulle pareti interne delle vene che tendono a dilatarsi. Quando le pareti delle vene si allontanano le valvole non si chiudono adeguatamente, rendendo difficile la risalita del sangue al cuore sotto la spinta dei muscoli del piede e delle gambe. Invece di risalire tra una valvola e l’altra, il sangue comincia ad accumularsi nelle vene più declivi: aumenta la pressione venosa e la probabilità di congestione, mentre le vene cominciano ad ingrossarsi ed a diventare contorte. Le vene superficiali sono le prime a trasformarsi in varici, dal momento che non posseggono nemmeno la poca muscolatura delle vene profonde.
Ogni condizione che provoca un aumento eccessivo della pressione nelle gambe e sull’addome può portare alla formazione di vene varicose. Le fluttuazioni ormonali durante la menopausa e la gravidanza, nonché il peso dell’utero gravido stesso, sono all’origine di gran parte delle varicosità che colpiscono le donne.
Un’alimentazione che privilegia frutta e cereali non raffinati è di grande aiuto alla circolazione, evita gli appesantimenti intestinali e facilita un buon deflusso del sangue venoso al cuore. La dieta moderna, ormai orientata ad alimenti sempre più lavorati e trattati industrialmente, contribuisce indubbiamente alla formazione di vene varicose ed emorroidi. Una defecazione faticosa, oltre ad essere dolorosa, provoca un aumento della pressione all’interno dell’addome e conseguentemente un blocco al reflusso di sangue venoso proveniente dagli arti inferiori. Le vene sono, infatti, vasi a bassa pressione sanguigna e vengono facilmente compresse quando la pressione che si fa sentire sulle loro pareti esterne è superiore a quella del sangue che vi scorre dentro. Pertanto, una “chiusura”, ancorché temporanea, delle vene dell’addome inferiore induce un ristagno di sangue nelle vene degli arti inferiori e della zona intorno all’intestino retto. L’accumulo di sangue in queste vene ne aumenta la pressione interna e ciò distende eccessivamente le pareti delle vene. Il ripetersi nel tempo di questi eventi porta ad un progressivo indebolimento della parete delle vene e in casi gravi alla formazione di varici o di emorroidi.
Il consumo regolare di succhi di frutta fresca può essere davvero utile. Sono soprattutto i frutti di bosco a colorazione scura, come more, mirtilli e amarene i più benefici. Nel succo di questi frutti si trovano particolari nutrienti in concentrazione assai più elevate che nel frutto mangiato singolar­mente. Tra questi nutrienti vi sono le antocianine, che hanno la proprietà di tonificare e rinforza­re la parete dei vasi sanguigni. Uno o due bicchieri al giorno del succo di questi frutti possono aiu­tarvi a prevenire le varici e a miti­gare la sensazione di gonfiore e pesantezza agli arti inferiori.
Ottimo rimedio per le varici allo stadio iniziale, magari in donne giovani, è un’associazione di gemmoterapici: sorbo (50 gocce al mattino) più castagno (50 gocce la sera) entrambi in macerato glicemico da assumere a cicli di due mesi. Il sorbo agisce migliorando il circolo venoso mentre il castagno lavora sul sistema linfatico depurandolo delle tossine che aggravano la ritenzione idrica. Bene anche un trattamento serale con alternanza di docciature calde e fredde (non eccessivamente) sulle gambe. Passare poi le gambe con una spugna bagnata su cui sono state versate 2 gocce di olio essenziale di cipresso e 2 di geranio che tonifica e sgonfia gli edemi.
Se la stasi venosa si presenta più stabilmente, è accompagnata da stipsi o per donne più avanti con gli anni il trattamento è ancora più mirato. Ottimo ancora il castagno in macerato glicemico per pulire il sistema linfatico, associato, però, all’ippocastano, sempre in macerato glicemico, che agisce a livello della circolazione profonda della zona del bacino, spesso appesantita da un cattivo funzionamento dell’intestino. È importante anche decongestionare il fegato, protagonista nel mantenere pulito e ossigenato il sangue: la tintura madre di cardo mariano è perfetta (30 gocce due volte al giorno per un mese). Se c’è anche cellulite sono utili le tisane di tarassaco: drenano e sgonfiano.
Se a fine giornata le gambe appaiono gonfie, con le vene in vista e macchie brune sulla pelle, significa che le pareti dei capillari hanno perso tono facilitando il travaso di sangue nei tessuti circostanti. Un automassaggio con gli oli essenziali giusti stimola il rassorbimento degli edemi e ridà tono ai tessuti. In 3 cucchiai di olio di vinaccioli diluite gli oli essenziali di cipresso, drenante, e limone, astringente e stimolante (3 gocce di ciascuno). Massaggiare sulle gambe con movimenti delle mani lenti e leggeri dal basso verso l’alto per aiutare il ritorno venoso dalla periferia al centro del sistema circolatorio.
L’uso terapeutico degli oligoelementi, minerali in soluzione acquosa che contribuiscono a migliorare le condizioni che sostengono un’insufficienza di circolazione venosa, prevede trattamenti piuttosto lunghi con cicli di tre – sei mesi e a volte un anno. Ecco quali rimedi scegliere: Manganese – cobalto: offre un valido sostegno terapeutico in tutte le situazioni in cui gambe pesanti, gonfiore e formicolio sono i sintomi con cui si manifestano i disturbi della circolazione venosa. Si assume una fiala per bocca a giorni alterni, tre volte a settimana, per tre mesi consecutivamente. Dopo un mese di pausa, se il trattamento non è stato sufficiente, è possibile ripeterne il ciclo trimestrale. Il Fluoro è un costituente di tutte le componenti elastiche e connettivali dell’organismo. Pertanto, ne ritroviamo traccia anche nelle pareti dei vasi sanguigni e nelle vene in particolare. Quando il fluoro manca, le vene si sfiancano con più facilità a causa della perdita di elasticità. Assumere una fiala di fluoro due volte a settimana.
La fitoterapia rimette in riga i tuoi vasi sanguigni, con dolcezza, ridà tonicità ai vasi compromessi dalla ritenzione idrica, allevia gonfiori, rida benessere: è il risultato promesso dai due rimedi fitoterapici: Ruscus e Hamamelis le più indicate per l’insufficienza venosa e le vene varicose. Ruscus aculeautus, il pungitopo, svolge una potente azione costrittrice sui vasi sanguigni, in particolare su quelli venosi, e favorisce la tonicità delle pareti delle vene. Queste caratteristiche rendono Ruscus particolarmente indicato nella ritenzione idrica con gonfiore e senso di pesantezza delle gambe, nell’insufficienza venosa degli arti inferiori, nelle varici ed anche nelle emorroidi. si assume in tintura madre, T. M., in ragione di 40 gocce da una a tre volte al giorno a seconda dell’intensità dell’insufficienza venosa. Il ciclo di trattamento prevede 3 mesi di assunzione consecutiva. È opportuno non superare le dosi consigliate poiché a dosaggi molto elevati Ruscus può indurre vomito o diarrea. Hamamelis virginiana., ha marcate attività astringente, tonica delle vene ed emostatica che tanto importanti sono nella cura dei disturbi della circolazione venosa. Va assunta in tintura madre, in ragione di 30 gocce tre volte al giorno, sciolte in poca acqua, prese lontano dai pasti. Il trattamento deve proseguire per tre mesi consecutivamente. La couperose si presenta in persone certamente predisposte, con pelle chiara, sottile e molto sensibile alle variazioni di temperatura, di umidità e di composizione dell’aria. Compare spesso improvvisamente e in genere è transitoria; ma, a lungo andare, se non curata, genera uno sfiancamento dei capillari che restano dilatati perché le pareti dei vasi hanno perso tono. Gli elementi che possono scatenare l’irritazione sono principalmente il freddo e lo stress. Detergere delicatamente il viso con un oleolito di camomilla da usare sul cotone per struccare il viso. È un’operazione che va fatta con estrema dolcezza, perché può essere molto traumatica per la pelle. Se le guance appaiono arrossate e coi capillari in evidenza, vaporizzare sul viso, con uno spruzzatore, dell’acqua distillata di hamamelis dall’effetto idratante e immediatamente lenitivo. Se il problema è nato da poco, il rusco in tintura madre è il più utile rimedio: ha un effetto protettivo sui piccoli vasi e ne rinforza le pareti, rendendole più elastiche in modo che non perdano tono. La dose è di 20 gocce due volte al giorno in poca acqua, per almeno un mese. Vitis vinifera, la vite, è attivo come astringente e regolatore della circolazione che si esplica soprattutto sui piccoli vasi capillari e venosi del viso. Ben si comprende, allora, come Vitis Vinifera sia un valido rimedio per il trattamento della couperose. Questo rimedio va assunto in forma di macerato glicemico M.G. alla 1DH. Il dosaggio prevede 50 gocce da assumere la sera un quarto d’ora prima di coricarsi sciolte in poca acqua.

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