LA ROTTA DI ULISSE

 


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Goumiers: il terrore, ambiguo aspetto della libertà

di Ivan Vancini

1944, seconda guerra di mondiale, battaglia di Cassino. I Tedeschi capitolano, dopo nove mesi di incessanti e infruttuosi tentativi degli Alleati. In questa vittoria si rivelerà indispensabile l’apporto del Corpo di Spedizione Francese e, in particolare, del suo Corpo di Montagna – i “Goumiers” – cui toccò in sorte la parte più dura e più sporca.

Gli eserciti anglo-americani giunsero nel gennaio del 1944 di fronte alla linea Gustav, la linea di fortificazione voluta da Hitler che tagliava in due l’Italia (a Nord di essa vi erano i Tedeschi, a Sud gli Alleati). I comandanti alleati, ebbri di ingiustificato ottimismo, non immaginarono neppure che l’avanzata verso Roma si sarebbe trasformata in una logorante e sanguinosa guerra di posizione. Nei seguenti mesi invernali, infatti, il generale Harold Alexander, comandante in capo delle forze alleate in Italia, si ostinò ad attaccare frontalmente le difese tedesche nel settore di Cassino riuscendo soltanto a perdere inutilmente oltre 60.000 uomini nell’arco di tre distinte battaglie, che comportarono anche la distruzione della storica abbazia. A fronte di questi evidenti insuccessi – nello studio tattico di quella che doveva essere la quarta e ultima battaglia che portò all’occupazione anglo-americana di Roma – il generale Alexander decise dunque di tentare un’altra tipologia di manovra, avvalendosi dell’aiuto degli alleati francesi: l’aggiramento delle difese tedesche.
Ma a svolgere questa difficile, ingrata, delicata e quasi impossibile missione furono chiamate, agli ordini del generale franco-algerino Alphonse Juin, le truppe del “Corps Expeditionnaire Français”, composte da circa 100mila unità formate perlopiù da Marocchini, Algerini e Tunisini chiamati “Goumiers” in quanto organizzati in “Goum” (dall’arabo maghrebino qum1 = in piedi, eretto, risorto): unità di una settantina di uomini arruolati nel medesimo villaggio.

Ebbe inizio così, il 13 maggio 1944, l’operazione “Diadem”: il Corpo di Spedizione Francese sottopose i Tedeschi a un pesante bombardamento, mentre i Goumiers – naturalmente predisposti al combattimento sparso, rapido e di soppiatto, veri guerrieri delle montagne2 – avrebbero attaccato il Monte Faito presso i Monti Aurunci, sguarnendo la linea nemica fino alla valle del Liri e risalendo poi verso il frosinate fino ad assestarsi in Toscana.

«Agiscono come una marea su una fila di castelli di sabbia. Sono capaci di spingersi ad ondate su un massiccio montano dove truppe regolari non riuscirebbero mai a passare. Attaccano in silenzio qualsiasi avversario si presenti, lo distruggono e tirano via senza occuparsi di quel che accade a destra o a sinistra. Hanno l’abitudine di riportarsi indietro la prova delle vittime uccise; perciò sono nemici con cui non è piacevole aver a che fare» (Fred Majdalany, “La battaglia di Cassino”, Garzanti).

Difatti la divisione maghrebina agli ordini di Juin riuscì ad attraversare la dorsale montuosa apparentemente insuperabile dei monti Aurunci. Abbattendo in meno di due giorni le linee difensive tedesche nella valle del Liri fu consentito agli Alleati di superare la rocca di Cassino, strenuamente difesa dai paracadutisti tedeschi, di sfondare la linea Gustav e di avanzare fino alla successiva linea difensiva, la Adolf Hitler, aprendo la strada per Roma. Le forze alleate, altrimenti, sarebbero rimaste ancora impantanate – come nelle tre precedenti battaglie di Cassino – innanzi alla linea fortificata tedesca, impossibilitate a congiungersi agli altri alleati confinati nella zona di Anzio, e impedite dunque ad avanzare per assediare Roma. L’azione dei Goumiers travolse la Divisione Paracadutisti tedesca che, presa dal panico, fu sospinta verso le colline circostanti il monastero, una zona di circa 20 kmq, causando così il collasso definitivo del sistema difensivo germanico e permettendo quindi alle truppe britanniche e statunitensi di conquistare le posizioni delle rovine di Cassino e di collegarsi agli altri alleati fino a giungere a Roma, che cadde il seguente 4 giugno 1944.

In seguito a questa vittoria il generale Alphonse Juin, come promesso, diede ai suoi soldati carta bianca:

«Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i Tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete aldilà del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete…» promise il generale Juin. Documento di cui però non è rimasta traccia.

Nacquero così le “Marocchinate”, per indicare quei giorni durante i quali i Goumiers devastarono, rubarono, uccisero, violentarono, e a cui Alberto Moravia si ispirò per il suo romanzo “La Ciociara” (1957), da cui il film omonimo di Vittorio De Sica (1960). Altre pellicole, illuminanti su quei giorni ma da altre angolazioni, sono “La pelle” di Liliana Cavani (1981), dal romanzo omonimo di Curzio Malaparte, fino al recente “Indigènes” (“Days of Glory”, 2006) di Rachid Bouchareb.
Ben presto la popolazione civile italiana ne fu terrorizzata, così come i Tedeschi lo furono dei metodi spregiudicati e crudeli di fare la guerra di questi «diavoli sanguinari»3. I Goumiers sparsero il panico e si distinsero per crudeltà in battaglia non solo perché uccidevano il nemico, ma in quanto lo mutilavano brutalmente: tagliavano naso e orecchie ai Tedeschi catturati, come trofei di guerra, talvolta creandone delle collane. Vendevano i prigionieri tedeschi agli Americani4, che potevano così vantarsi immeritatamente di aver compiuto azioni eroiche. I Goumiers dunque non tardarono a esigere la ricompensa, pattuita nel misterioso volantino, del bottino di guerra: il risultato furono violenze, saccheggi e soprattutto migliaia di donne stuprate e uomini sodomizzati. In qualche occasione le violenze sessuali furono rivolte anche a fanciulli, finanche a un prete e a un gruppo di carabinieri. I soldati alleati stessi si rifiutarono di accamparsi negli stessi ricoveri dei Goumiers, e preferivano rinchiuderli la notte in alloggi recintati con filo spinato, temendo di subire abusi sessuali.
Il metodo utilizzato era in ogni caso lo stesso che in battaglia: l’assalto avveniva in piccoli gruppi al calar delle tenebre. E tutto ciò sotto gli occhi dei Francesi che si limitavano a ripetere agli alleati: “è impossibile governare i Marocchini”; nel film “La pelle”, dove si assiste alla scena delle madri napoletane che vendono i loro figli adolescenti ai Goumiers, un ufficiale francese li definisce «degli ipersessuati [...] (che) lo metterebbero anche in un girasole».

Ma dove termina la realtà e inizia il mito? Non è forse possibile che alcuni tragici episodi effettivamente avvenuti a scapito dei civili italiani abbiano fomentato nell’immaginario collettivo lo stereotipo del nordafricano brutale dai costumi tribali, generando in seguito mere leggende metropolitane? Non a caso infatti Luciano Garibaldi nel suo saggio giornalistico su quei giorni li definisce «selvaggi avvolti in luridi barracani» (“L’assalto alle ciociare”, “Noi”).
Al contrario secondo lo storico francese Jean-Christophe Notin, per esempio, le Marocchinate furono soltanto «i primi echi di comportamenti reali, o più spesso immaginari, di cui saranno accusati i Marocchini».
La versione storiografica ufficiale accusa che il fenomeno degli stupri di massa sarebbe iniziato invero già dal luglio 1943 in Sicilia, propagandosi poi in tutta la penisola, e si sarebbe arrestato solo nell’ottobre 1944 quando il Corpo di Spedizione Francese fu trasferito in Provenza. Ma minimizza goffamente su altri punti, come sull’episodio della distruzione dell’abbazia di Cassino, rasa al suolo dal più imponente bombardamento della storia contro un singolo edificio, dopo mesi di combattimenti tanto aspri quanto inutili. Le bombe caddero anche dalle Mainarde a Minturno e ci furono molte altre distruzioni massicce, con oltre 10.000 vittime civili e circa 50.000 militari, ma le responsabilità di tutta la violenza subita in quel frangente dai civili italiani ricadrebbe inspiegabilmente su un unico contingente di 110mila uomini, gli unici stati in grado di abbattere in neanche due giorni la linea Gustav, obbligati da invasori a combattere per una causa altrui, per una “patria” francese mai vista, e autorizzati alle razzie da un volantino effettivamente mai trovato…
Ce n’è abbastanza per suscitare meditate riserve in qualsiasi mente ragionevole.

La realtà storica, che dovrebbe scaturire soltanto da notizie certe e documentabili e non da fantasie popolari e mitologie politicamente corrette, può offrire dati sicuri e incontestabili. Ciò che è appurato, e per onore della verità va sottolineato, è che il 13 ottobre del 1943 il governo Badoglio dichiarò guerra alla Germania, divenendo cobelligerante degli Anglo-americani, e dunque corresponsabile delle azioni dello Stato Maggiore Alleato; e che in relazione a questi presunti episodi dei Goumiers non fu mai sollevata alcuna protesta da parte del governo di Unità Nazionale di Bonomi, così come del resto nulla mai è stato denunciato dalla chiesa cattolica vaticana, se non una richiesta di protezione per se stessa quando gli Alleati – tutti – entrarono a Roma.
Dall’altro canto è assodato che gli invasori francesi approfittarono dell’abilità bellica del popolo maghrebino per i propri interessi nazionali, riservando ai commilitoni “indigeni” un trattamento diversificato: ai Goumiers non era concesso lo stesso rancio, né le licenze, né le promozioni, né i ruoli di comando che invece spettavano ai Francesi. I Goumiers furono quelle persone che, dalle colonie francesi del Maghreb, si mossero per difendere la Francia – e inconsapevolmente la libertà dell’Europa – alla fin fine per racimolare qualche soldo da spedire alle loro famiglie e con la speranza di ottenere la cittadinanza francese e i diritti derivanti. Venendo chiamati “indigènes” dai Francesi per distinguerli dai commilitoni “di serie A”, quelli nati e cresciuti nel paese colonizzatore, non in quello colonizzato. E siamo anche a conoscenza che le discriminazioni non terminarono qui: le autorità francesi congelarono le pensioni di guerra ai veterani di guerra “indigeni”; nel 1959 De Gaulle bloccò del tutto le pensioni pagate ai soldati d’oltremare adducendo il pretesto che, con la fine dell’impero coloniale francese, sarebbero divenuti cittadini stranieri. Legittime pensioni che furono istituite soltanto nel 2006 da Jacques Chirac, ed equiparate a quelle versate ai loro colleghi francesi dopo una controversia durata decenni, soltanto perché la vergogna divenne di dominio pubblico in seguito all’uscita in sala di “Indigènes” (e sul sito ufficiale del film venne lanciata una petizione a riguardo).

I Goumiers arrivarono sul suolo italiano in poco più di 100mila, circa 6.500 vi rimasero e sono tuttora ospitati nel cimitero militare di Roma e soprattutto di Venafro: questi soldati erano per la maggior parte molto giovani, poveri, non sapevano né leggere né scrivere, né parlare francese, eppure il loro contributo per la liberazione di Roma fu considerevole, se non indispensabile. Parte del prezzo della libertà probabilmente lo dovettero pagare alcuni innocenti italiani, vittime di violenze, furti e stupri, tollerati dalle autorità italiane che si trovavano già nella delicata situazione di essersi improvvisamente e opportunisticamente autoproclamati alleati da nemici. In ogni caso è indegno che poche persone conoscano il sacrificio dei Goumiers e che il loro contributo venga deliberatamente omesso dalla storia ufficiale. Come è paradossale che la granitica, iperefficiente e superorganizzata macchina tedesca sia crollata di fronte a semplici bande di giovani nordafricani, avventurieri e disorganizzati, con pochi mezzi, che riuscirono in meno di due giorni ove fallirono tutti gli Alleati insieme in mesi di combattimento, con le armi più sofisticate dell’epoca.
Allora, alla resa dei conti, chi furono davvero questi Goumiers? Micidiali mercenari sanguinari, in grado di battere qualsiasi nemico armati soltanto del coltello tradizionale e capaci di risorgere dalle proprie ceneri, o improvvisati liberatori costretti da invasori a combattere per una causa estranea e divenuti capri espiatori di tutte le malefatte che inevitabilmente la guerra porta con sé?

Sarà molto difficile fornire una risposta definitiva, finché l’analisi storica non verrà depurata da abolitio memoriae, pregiudizi e censure senz’altro castranti per una reale interpretazione dei fatti; come sempre tuttavia è lecito ritenere che una parte di verità è presente in entrambe le versioni opposte e che, in ogni caso, il diavolo è sempre meno diavolo di quanto si crede: è tale soltanto perché lo si teme.




1
La radice della parola possiede, in tutte le lingue di ceppo linguistico semitico, significato originario di “levarsi” ma anche di “risorgere” (come colui che, morto, si alza per rimanere in piedi, reggersi e restare saldo).
Nel Vangelo Gesù pronuncia questa parola quando ordina alla giovinetta morta di alzarsi: «Talita, qum!»: «Bambina, alzati!» (Marco 5, 41).
2 «Vivere e battersi in montagna era qualcosa di naturale per questi soldati, e un terreno che altri avrebbero considerato un ostacolo era per i nordafricani un alleato» (David Hapgood e David Richardson, “Montecassino”, Rizzoli).
3 È documentato che il generale Juine, rivolgendosi al generale Walzer, pronunciò questa frase per descrivere i suoi uomini: «Osserva questi diavoli sanguinari, loro amano uccidere!».
4 500-600 franchi per un soldato semplice, il triplo per un ufficiale superiore, secondo lo storico francese Notin.

ivanvancini@libero.it




Nel raccontare questa vicenda poco nota della storia recente, Ivan ha evidenziato in colori diversi, il rosso e il verde, le caratteristiche che possono essere attribuite a due segni opposti e complementari, il Toro e lo Scorpione. Lo ha fatto perché, documentandosi sull’accaduto, gli tornavano alla mente le attribuzioni di Lisa Morpurgo del popolo tedesco al Toro e di quelli arabi allo Scorpione.
Ivan non ha fatto che descrivere le cose così come sono andate. Sarei tentato di non aggiungere altro, lasciando al lettore le deduzioni del caso, ma vale la pena di spendere qualche altra parola perché questo caso storico rispecchia alla perfezione la dialettica zodiacale.
Come si sa, a partire dalla seconda metà degli anni Trenta, i tedeschi, istigati dal Toro Adolf Hitler, decisero di allargare il loro spazio vitale, a discapito delle popolazioni vicine e dell’intera umanità. In contemporanea intrapresero il più gigantesco sterminio di massa di un’etnia odiata, il popolo ebraico, guarda caso scorpionico. Agli ebrei imputavano tra le altre cose di essere banchieri o usurai, di scarsa igiene, di essere brutti e dai grandi nasi, insomma tutte caratteristiche dello Scorpione. Intendiamoci, lo Scorpione medio non ha il naso più prominente di altri, ma gli ebrei a volte sì (mentre del resto la bellezza segue un criterio soggettivo, a volte legato alla propria identità etnica), e ciò evidentemente disturbava l’inconscio collettivo della popolazione taurina tedesca, che si ritrovava davanti una popolazione sgradita anche visivamente.
Non è la prima volta (e temo che purtroppo non sarà nemmeno l’ultima) in cui un popolo si accanisce per motivi folli contro un’altra etnia, ma proviamo a ragionare astrologicamente sul fatto.
Al Toro, secondo quanto individuato da Lisa Morpurgo, oltre ai beni materiali e alle proprietà immobiliari, vanno attribuite tra le altre simbologie anche la vista e la faccia (e guarda caso, il naso, nei primi dieci gradi, quelli regolati da X, il primo transplutoniano), cioè i lineamenti individuali, che però rispecchiano quelli della propria etnia, è ovvio. Un asiatico, ad esempio, avrà tratti somatici differenti da un africano, Lapalisse insegna. Gli organi sensoriali propri del Toro, vista e olfatto (mentre il palato in questo caso non è impiegato) servono ad individuare il proprio simile, perché non dimentichiamo che ciascun popolo ha un odore diverso dall’altro. Noi ci lamentiamo a volte della sudorazione troppo forte degli africani, mentre loro affermano che noi puzziamo di morto, testuali parole. Lo straniero è diverso da noi non solo culturalmente, ma anche fisicamente e – secondo la mentalità del Toro tanto cara ai giorni nostri nella regione padana, guarda caso taurina – si teme che verrà a rubare spazio e soldi, sempre secondo la mentalità del secondo segno. Questi sono tra i beni che più gli premono, inutile nasconderlo.
Per tornare alla Seconda Guerra Mondiale, nel momento in cui il Toro Hitler assunse il potere istigando le masse contro un presunto complotto “giudaico-massonico” (ancora una volta simbologie di Plutone) espulse dal patrio suolo o sterminò gli ebrei che vivevano in Germania, poi, decise che per la sicurezza nazionale bisognava allargare lo “spazio vitale”, ancora simbologie taurine.
Avendo costruito un’apparentemente insuperabile macchina bellica, i tedeschi invasero quasi tutta l’Europa, Italia compresa, dopo che il governo Badoglio mandò in carcere l’alleato di Hitler Mussolini.
I Tori, si sa, appena hanno comperato o conquistato una proprietà vogliono proteggerla, erigendo steccati e paletti nei casi comuni, colossali linee difensive se si parla di una nazione taurina. Il Toro, inoltre, non recede mai o quasi mai dalle sue posizioni, a meno che non ci sia costretto dalla violenza altrui. Altrimenti è perfettamente convinto di avere ragione e non demorde e, soprattutto, non abbandona ciò che possiede. Non potendo inoltre contare su un’agilità mentale e fisica deve potenziare le sue difese statiche. Tanto che i tedeschi riuscirono a mantenere per mesi e mesi le proprie posizioni nell’Italia occupata nonostante l’enorme dispiegamento di forza da parte delle truppe nemiche. Fino a quando gli anglo-franco-americani capirono che, per smantellare la difesa tedesca, dovevano usare mezzi e uomini inusuali.
Anche se Hitler era circondato da astrologi, dubito che i suoi avversari siano ricorsi ad uno di loro per capire che, per sconfiggere l’avversario, ci volevano modi, e popoli, scorpionici. Ciò nonostante lo fecero, ottenendo in pochi giorni quello che non avevano raggiunto in lunghi mesi.
Ivan ha descritto magnificamente l’operato dei Goumiers, poveracci mandati allo sbaraglio con la promessa di ottenere la totale libertà per qualche giorno se avessero conquistato quanto loro richiesto. Nel leggere la narrazione delle loro imprese mi sono tornate alla mente certe immagini di documentari scientifici in cui si vedono gli spermatozoi che cercano di fecondare l’ovulo. Plutonici quanti altri mai, i Goumiers riuscirono a conquistare l’ovulo-Italia occupata e a gettare in contemporanea il seme di un nuovo ciclo storico. Plutone non cerca però medaglie, almeno nella sua sede scorpionica, preferisce la notte, le tenebre e il piacere dei sensi. E non gli importa nemmeno della pessima nomea che si è guadagnato per le sue imprese erotiche. Anzi, nell’immaginario collettivo, i Goumiers sono diavoli feroci e assatanati sessualmente. Certo, sono stati l’uno e l’altro, ma i padroni francesi lo avevano espressamente concesso ai servi maghrebini se avessero raggiunto l’obiettivo, contando sul loro silenzio e la loro ignoranza.
Ma non furono solo plutonici, furono anche mercuriali e marziali. Mercuriali per la giovane età, l’astuzia e la velocità impiegata nell’azione. Marziali perché impiegarono tutta la violenza di cui c’era bisogno e forse anche di più.
Questi nordafricani “brutti, sporchi e cattivi” rimasero impressi nella memoria collettiva per aver violato la bellezza e la virtù di Sophia Loren e della giovane attrice che impersonò sua figlia nella Ciociara, ma quasi nessuno sa o ricorda che i temibili marocchini erano poveri cristi mandati allo sbaraglio come carne da macello (ancora una simbologia scorpionica). E nell’ottavo segno si intrecciano indissolubilmente la morte altrui, la propria e quel superamento simbolico della morte che è il sesso. L’astrologia dialettica insegna che ogni forza zodiacale può essere domata solo dalla sua forza opposta, e viceversa. I tedeschi-Toro perseguirono la folle idea di far pulizia degli ebrei-Scorpione. I loro avversari fecero fare il lavoro sporco agli scorpionici Goumiers maghrebini, in quella incessante ruota che gira che è la storia, ruota che spesso ripete ciclicamente i propri errori fatali.
In chiusura una breve annotazione sui transiti che accompagnarono l’impresa dei Goumiers, a partire dal 13 maggio 1944. Ebbene, in quei giorni Mercurio in anello di sosta nei primi gradi del Toro riceveva un quadrato perfetto da Plutone a inizi Leone. Il quadrato tra Mercurio e Plutone sembra scomporre i valori scorpionici, ma colpisce comunque pesantemente l’ingenuità taurina. A conti fatti, la furia assassina dei Goumiers disgregò sì le difese della Germania, ma nemmeno gli scorpionici maghrebini ne uscirono vincitori, anzi. Ne uscirono morti, feriti, con la nomea di diavoli animaleschi… E spesso i sopravvissuti in seguito non ottennero nemmeno uno straccio di pensione di guerra.
Così va la storia: distrugge, ricostruisce, dimentica sia i suoi eroi sia le sue vittime.

massimomichelini1@virgilio1.it

12/12/2008


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