LA ROTTA DI ULISSE

 


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X e Y: Io, Non Io e la Fortezza Bastiani

di Massimo Michelini

Distat enim quae siderea te excipiant.1
Giovenale, Satira settima

Molti ricorderanno il capolavoro di Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, incantevole racconto metaforico sulle vane attese e speranze umane. Nel libro del grandissimo scrittore bellunese – purtroppo passato di moda perché l’editoria attuale preferisce dar spazio a operazioni commerciali di dubbia qualità e ancor più precaria durata nel tempo – un giovane ufficiale di belle speranze, Giovanni Drogo, viene assegnato a un avamposto di fronte al deserto dei Tartari, popolo temibile e pronto all’invasione del patrio suolo. La fortezza Bastiani, in cui l’ufficiale presta servizio, pare quindi un luogo strategico dove però all’atto pratico non accade un bel nulla. I Tartari sono infatti là fuori, lontanissimi (tanto lontani da non poter essere visti né a occhio nudo né col più potente cannocchiale), ma non si avvicinano mai ai confini. Qualcuno di tanto in tanto li avvista – o crede di farlo – ma poi l’esercito nemico non attacca e i militari di stanza nella fortezza Bastiani se ne vanno, fuggono, impazziscono o, peggio ancora, marciscono dentro. Accade così che pian piano Giovanni Drogo perda pian piano i sogni di gloria e la baldanza giovanile, si faccia maturo, poi s’ingrigisca e arrivi infine alla vecchiaia. Quando ormai è in punto di morte, i Tartari attaccano e a lui della gloria tanto a lungo agognata non resterà che l’eco lontana di giovani soldati che combattono.
Già, bellissimo il romanzo di Buzzati, ma che c’entra con l’astrologia, anzi con l’astrologia morpurghiana? Dal mio punto di vista c’entra eccome, e mi spiego2.
Tutti sanno che, per avere infine una visione totale del “puzzle” zodiacale ricostruito da Lisa Morpurgo, mancano due tasselli fondamentali, ossia i pianeti transplutoniani X e Y. O meglio, nessuno ne mette in discussione l’esistenza, ma non c’è una loro individuazione chiara e inconfutabile.
Negli ultimi tempi sono stati avvistati molti pianeti e/o pianetini oltre Plutone, ai quali né gli astrologi né gli astronomi hanno però chiaramente assegnato la dignità di “vero” pianeta. Si sa però che gli astronomi da molti secoli ormai parlano un linguaggio assai diverso da quello astrologico, tanto che – l’estate scorsa, a Praga – in un loro congresso hanno declassato Plutone al rango di pianeta nano. Gli astrologi, dal canto loro, per inveterata esperienza sanno che per la scienza che praticano Plutone pianeta era e pianeta resta.
Ma oltre Plutone, tra questi pianeti o planetoidi ce ne sono alcuni che potrebbero essere X/Proserpina e/o Y/Eolo? L’attenzione di alcuni astrologi si è appuntata su Eris (già chiamato in un primo tempo Xena, perché il nome Persefone – indicato dall’astronomo che l’ha individuato per primo – era già stato assegnato a un altro corpo celeste) che taluni ritengono X, e su Sedna, che talaltri o sempre gli stessi identificano con Y.
L’atteggiamento ricorrente della maggior parte degli astrologi di mia conoscenza è stato di un lievissimo, quasi impalpabile interesse appena è stata data la notizia dalla stampa, ma subito o quasi si è accantonato il problema come l’ennesimo miraggio del deserto dei Tartari. Proprio come le vedette della Fortezza Bastiani che sanno per esperienza che – a guardare troppo a lungo nel lontano, lontanissimo – si corre il rischio di pigliare lucciole per lanterne.
Va fatto però un distinguo generazionale, simile al mutato atteggiamento di Giovanni Drogo nel corso della sua vita: molti tra coloro che seguono la scuola Morpurgo dai primi anni settanta hanno forse abbandonato la speranza di sapere dove siano X e Y. Chi ha memoria storica degli studi della scuola Morpurgo sa che a fine anni settanta, inizi ottanta, circolavano ipotesi ufficiose sulle effemeridi di X e Y, in realtà presto scomparse nel dimenticatoio.
Si è quindi lasciato il problema in stand-by, forse in attesa del loro avvistamento da parte degli astronomi. Ma c’è “da fidarsi” di quest’ultima categoria dopo il “declassamento” di Plutone? Suppongo che si debba solo prendere atto del fatto che ormai astrologia e astronomia parlano due linguaggi radicalmente diversi.
Per contro gli astrologi che – per età o altri motivi – si sono accostati da poco tempo alle teorie morpurghiane, vivono con fresco entusiasmo la caccia ai transplutoniani, con l’istintiva fiducia che presto, prestissimo, X e Y saranno infallibilmente rintracciati o lo sono già stati.
C’è infatti anche chi ha preso molto sul serio l’avvistamento dei nuovi corpi celesti oltre Plutone, come Gabriele Silvagni e Raffaella Vaccari che hanno dedicato uno studio a Sedna, accolto in verità con scetticismo da parte di alcuni.
Come a onor del vero erano stati accolti con altrettanta diffidenza gli studi su X di Ornella Tatti e su Y di Fausto Valdameri.
A titolo di cronaca, per chi non li ricordasse, questi ultimi due studi del 2002 erano impostati tutti su base teorica. Ossia, Ornella e Fausto facevano ipotesi “in astratto”, cercando di rintracciare dove siano attualmente i due transplutoniani tramite indagini storiche e loro deduzioni logiche. Non discuto qui se abbiano ragione gli uni e torto gli altri. Mi limito ad affermare che al momento sono davvero pochi a voler “vedere” X e Y, siano essi i nuovi corpi celesti, sia che si cerchi di rintracciarli tramite ragionamento, sia che gli astronomi debbano ancora puntare i telescopi nella direzione giusta prima di individuarli.
Però, visto che una risposta certa sui transplutoniani ancora non si trova, c’è da chiedersi il perché di questo rifiuto per quel che ancora non ha un nome e un suo “tempo preciso” che lo collochi in un determinato punto dello spazio con un suo moto chiaro e definito3.
Da cosa nasce questo rifiuto? Per quel che riguarda le ricerche degli astrologi citati, è possibile che non siano stati sufficientemente convincenti nell’esporre le proprie teorie, oppure che abbiano torto. Anche perché se si rivelassero giuste le teorie di Gabriele e Raffaella avrebbero torto Ornella e Fausto, e vale ovviamente anche l’esatto contrario.
Va ricordato inoltre lo stigma censorio che colpisce spesso le nuove scoperte. Basti ricordare l’ostracismo che subì la stessa Lisa Morpurgo da parte dell’establishment astrologico di allora quando mise nero su bianco le sue teorie. Adeguarsi al nuovo, soprattutto per chi ha idee già formate, ossia la quasi totalità degli astrologi praticanti di allora, comporta una notevole dose di elasticità mentale e spesso anche la necessità di ammettere, almeno di fronte a se stessi, di essersi sbagliati in precedenza.
Allo stesso modo, ai giorni nostri, i morpurghiani sono abituati a fare i conti senza l’oste. Ossia, conoscono a menadito o per sommi capi le simbologie di X e Y, ma non le hanno mai potuto applicare ai temi natali esaminati. Come pure agli eventi storici del passato e del presente. L’eventuale – e “reale” – scoperta di Proserpina ed Eolo, imporrebbe loro di studiare tante cose da capo, per scoprire magari che certi fenomeni che loro attribuivano a una determinata combinazione planetaria va invece attribuita a tutt’altra. In qualche modo verrebbero quindi a cadere alcune certezze del loro Io, e si sa che l’essere umano ha bisogno soprattutto di conferme alla propria egopatia.
Sul fronte opposto, quello della “ricerca a tutti i costi”, cosa spinge invece gli astrologi ricercatori a tentare di individuare per primi i nuovi corpi? Le motivazioni possono essere varie e non necessariamente univoche. Anzitutto la sete di sapere, molla prima che fa muovere gli esploratori di qualsiasi settore. Poi, quasi di certo, la voglia di arrivare per primi a una posizione di rilievo, tipica spinta arietina che permea la mentalità corrente del nostro Zodiaco AM. Potrebbe anche trattarsi del bisogno di certezze personali, per cercare di dare un nome alle tante cose che ancora non si sono riuscite a capire in astrologia.
Ricerche quindi motivate forse da un Sole, da un Plutone o da un Y molto forti, quelli di chi vuole attribuire lui il nome a una cosa ignota, e quel nome deve essere preferibilmente il proprio.
Oppure, sull’altro fronte della barricata, quegli studi potrebbero essere dettati da un Nettuno troppo stimolato e poco realistico, quello di chi fa scorgere i Tartari là dove non sono, perché magari quel lontano movimento quasi impercettibile visto sulla distesa di sabbia era solo causato da una folata improvvisa di vento.
Quasi scontato poi che il nettuniano e l’ipsilonico non riusciranno a comunicare, anzi attribuiranno alle teorie diverse dalle proprie un valore pari allo zero. Forse senza avere nemmeno ascoltato quello che l’altro propone, oppure avendo espresso dentro di sé un giudizio negativo prima ancora che l’altro abbia aperto bocca.
Quanto spaventa l’altro da sé, il Non Io, quello che in qualche modo potrebbe insidiare il primato e l’unicità dell’Io.
Non censuriamo affatto nessuna di queste intenzioni, nemmeno le più ambiziose: chi ha assimilato davvero le teorie morpurghiane spesso avverte a un certo punto dei suoi studi un brivido di piacere intellettuale frammisto a un terrore quasi faustiano per avere avuto in mano – almeno per un attimo – le chiavi della vita nel cosmo e vorrebbe forse compiere quell’ultimo passo per avere la visione totale del tutto.
Nella fortezza Bastiani dell’astrologia morpurghiana giungono in fondo solo volontari, non militari di leva, che forse si sono spinti fin lì proprio per vedere i Tartari oltre il deserto presidiato.
Riusciranno davvero poi a scorgere il popolo guerriero oppure vedranno solo i propri fantasmi interiori, oppure ancora non vedranno proprio un bel nulla?
Una risposta, io, non ce l’ho.
Posso rivolgere solo un auspicio ai tanti studiosi morpurghiani sparsi lungo lo Stivale: X e Y da qualche parte nell’Universo ci sono, si tratta solo di individuarli. Attenti però a non arroccarsi nella propria torre d’avorio costruita a maggior gloria e vanto del proprio Io, foderando di prosciutto occhi e orecchi per lasciar fuori quello che Io non è.
Perché gli altri – il Non Io – potrebbero anche avere ragione e l’ascoltarli potrebbe arricchire la sfera conoscitiva dell’Io. E non sarebbe poco, anzi.
Oppure, impiegando un’altra metafora letteraria, attenti a non comportarsi come gli scienziati di Laputa, che il buon Gulliver incontra nel corso dei suoi viaggi e che sprecano il loro tempo a litigare fra di loro per quisquilie teoriche risibili.
X e Y sono là, oltre il deserto dei Tartari. Forse Ornella e Fausto li hanno scorti, oppure l’hanno fatto Gabriele e Raffaella, ma nessuno o pochi li ha capiti. Oppure ha ragione il grosso della truppa e si è trattato dell’ennesimo miraggio. Chi può dirlo?Solo il tempo saprà risolvere il quesito, ma i Tartari ci sono e prima o poi arriveranno, magari cogliendo impreparato chi s’era comodamente appisolato sulle proprie certezze intellettuali.


1 La differenza la fanno le stelle che ti accolgono [al momento della nascita].
2 Il parallelismo tra il capolavoro di Dino Buzzati e le aspettative per l’individuazione di X e Y vale nelle mie intenzioni solo ed esclusivamente per quanto riguarda l’attesa dell’arrivo di qualcosa che si sa che c’è, ma con cui non si è ancora entrati in contatto.
3 Paradossalmente, secondo me, non subisce lo stesso disinteresse ostile chi si occupa degli studi sui quattro Zodiaci. A mio avviso solamente perché si contano sulle dita di una mano quelli davvero esperti in materia. I quattro Zodiaci, inoltre, paiono a molti una cosa astratta, che incide molto marginalmente sulla vita del nostro Universo, dove invece sono ospitati realmente, e non per trasparenza, i due transplutoniani.

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta nel 2007 su L’Eco dei Feaci.



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