LA ROTTA DI ULISSE

 


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Ferdinando Carretta - Il mio segreto è chiuso in me

Parma, notte tra il 4 e il 5 agosto 1989. La famiglia Carretta, che abita in via Rimini al n. 8, si accinge a partire per le ferie in camper, destinazione Francia, Spagna, Marocco. Il capofamiglia, Giuseppe, classe 1936, si occupa dell’amministrazione di un’azienda. Sua moglie Marta Ghezzi, nata nel 1939, è casalinga. Hanno due figli: Ferdinando, il primogenito, 27 anni e Nicola, 23, che ha problemi di tossicodipendenza ed è sieropositivo. Solo quest’ultimo andrà in vacanza con i genitori mentre il maggiore, un ragazzo che i vicini definiscono schivo e tranquillo, rimane a casa. Due giorni dopo la partenza dei suoi Ferdinando va in banca per cambiare due assegni, uno del padre e uno del fratello. Le firme di entrambi risulteranno poi false, ma intanto lui riesce a incassare quattro milioni e l’8 agosto fa perdere le propre tracce.
Trascorse alcune settimane i parenti dei Carretta, allarmati dalla sparizione dei quattro, denunciano la loro scomparsa. Della vicenda si occupa anche Chi l’ha visto?, ed è proprio un telespettatore della trasmissione, condotta all’epoca da Donatella Raffai, che il 19 novembre troverà il camper dei Carretta abbandonato a Milano nel parcheggio di una delle stazioni del metrò, in viale Aretusa. Già, ma i Carretta dove sono?
Un giovane pubblico ministero ancora sconosciuto, Antonio Di Pietro, ipotizza subito che si tratti di un delitto: «Non c’è alcun mistero, c’è solo un figlio che ha massacrato i genitori ed è scappato». Ma non c’è niente su cui costruire un capo d’accusa: sul giallo di Parma calerà un silenzio che dura nove anni. Certo, a Parma girano all’inizio mille voci: la più diffusa sostiene che i Carretta sono fuggiti ai Caraibi con i soldi che il ragionier Giuseppe avrebbe sottratto alla ditta di cui è contabile, e che si stanno godendo la vita al sole dei Tropici alla faccia di chi li sta cercando. Ma anche questa ipotesi si rivelerà infondata: Giuseppe Carretta non ha portato via niente. Lui, la moglie e i due figli sono semplicemente svaniti nel nulla. Il tempo passa, ma gli inquirenti non hanno certo abbandonato le ricerche. Fino al colpo di scena.
Londra, 20 novembre 1998. Un poliziotto ferma un pony express e lo multa per divieto di sosta. Sorpresa delle sorprese: l’uomo presenta una patente intestata a Antonio Ferdinando Carretta, nato il 7 novembre 1962. Rientrato in Centrale lo scrupoloso poliziotto inglese fa un ulteriore controllo negli archivi e rintraccia, nella lista Interpol delle persone scomparse, l’intera famiglia Carretta. Nell’elenco, oltre a Giuseppe, Marta e Nicola non figura un Antonio ma un Ferdinando, la cui data di nascita combacia però con quella della persona fermata. Il velo del mistero sul camper abbandonato nove anni prima a Milano si squarcia. Sì, è proprio lui, Ferdinando Carretta, che vive in un modesto alloggio alla periferia della City, quasi in povertà. Subito la Procura di Parma iniziano le procedure per i necessari accertamenti, mentre la stampa torna a occuparsi del giallo irrisolto. Poi il colpo di scena. Al regista televisivo Pino Rinaldi, volato a Londra per realizzare un servizio sulla famiglia scomparsa, e che andrà in onda su Chi l’ha visto? il 30 novembre 1998, Ferdinando Carretta confessa: li ho uccisi io. Lui, in poche parole, ha ammazzato il papà Giuseppe, la mamma Marta e il fratello Nicola con la sua Walther calibro 6.35, quindi ha riordinato l’appartamento, gettato la pistola in un canale e i tre corpi in una discarica, dove non verranno però mai ritrovati.
È la prima volta, nella storia, che la soluzione di un caso giudiziario viene fornita dal video prima che dalla polizia.
Si riattiva il sistema internazionale dell’estradizione, e quando Carretta torna in Italia viene condotto in carcere a Parma e si apre il procedimento penale per omicidio volontario. Il brano seguente, che descrive la notte del delitto ricostruita dallo stesso Ferdinando, è tratto dal libro Delitti di Vittorino Andreoli (Rizzoli 2001, pagg. 321-322). «Sapevo che durante l’estate loro andavano via, per cui se lo avessi fatto prima della loro partenza, se avessi fatto quello che dovevo fare prima che andassero, ci sarebbe stato il tempo per me per scappare. Nell’estate del 1989 ho finalmente avuto l’occasione di fare quello che avevo deciso di fare... Vado nel bagno, in uno dei due bagni, quello più grande, mi guardo allo specchio e mi dico: “Questo è il momento”. La pistola è già pronta, con il caricatore pronto, pieno. “O lo fai adesso o non lo fai più”. È stata la decisione più difficile della mia vita. Immaginate voi cosa si possa provare in quei momenti... Sono in bagno, sento mio padre venire dal corridoio, entra nel ripostiglio, io esco, entro nel ripostiglio, appena mio padre si gira per uscire lo colpisco, gli sparo... Quando ho sparato a mio padre non ho scaricato tutta la pistola, poiché avevo anche mia madre da colpire... Su mio padre, poi, ho ricaricato e gli ho sparato più tardi, quando era già a terra, non perché non fosse morto ma per essere davvero sicuro che fosse morto. Mia madre l’ho trovata che stava uscendo dalla cucina, mi ha detto, “Ma cosa succede? Ma cosa fai qui? Cosa fai?“ E poi sparo anche a mia madre... Essendo una persona debole, essendo una donna cade subito, povera...» Quando Nicola, il fratello, torna a casa, «nel tragitto vede i corpi, viene verso di me, io lo guardo, so che avrà qualche reazione, lo controllo e gli sparo perché anche lui mi chiede: “Cosa hai fatto? Cosa hai fatto?”» (op. cit. pag. 323).
Colpisce subito quella nota di tenerezza verso la madre da parte dell’assassino. Del resto, stando ai racconti di alcuni parenti, è lei la figura genitoriale cui Ferdinando è maggiormente legato. Bambino e poi adolescente introverso e scarsamente socievole, il figlio maggiore dei Carretta viene comunque ritenuto, dagli insegnanti e dai genitori, un soggetto di cui non ci si deve preoccupare, perché tutto, in complesso, sembra normale. Ma non è così. Dopo la confessione e l’arresto, agli psichiatri incaricati di esaminare il suo stato mentale, Ferdinando racconterà infatti del tormentato rapporto con la figura paterna, causato a suo dire da un problema che lui, il figlio si è portato dietro negli anni: la difficoltà nel fare i propri bisogni corporali.
Ferdinando ha undici anni quando, nel 1973, va a vivere con i familiari nella nuova e bella casa di via Rimini 8, comprata grazie ai risparmi del padre, grande lavoratore. Ma lui, in quell’appartamento spazioso e ordinatissimo, non si trova assolutamente bene. Nel bagno principale, usato da tutta la famiglia, durante il giorno arrivano infatti i rumori di un vicino capannone, cosa che provoca nel ragazzo un blocco che gli impedisce una normale defecazione. Lui aspetta la notte, con il suo silenzio, mettendo in atto delle tecniche macchinose per liberarsi, dal momento che, a suo dire, il non defecare bene gli procura grossi problemi, primo dei quali il “restringimento del pene”. «Non ho mai voluto avere rapporti con una donna in vita mia a causa di quello, perché non avrei mai saputo quando sarei stato normale» (op. cit. pag. 309).
I genitori, vedendo il suo strano comportamento in determinati momenti, intuiscono che qualche problema ci deve essere, ma la cosa non viene approfondita. È infatti Nicola, il fratello minore di Ferdinando, a calamitare le ansie dei genitori per le sue condizioni psicofisiche. Finché una sera del 1982 Giuseppe Carretta, rientrando a casa verso le undici, sorprende Ferdinando che sta defecando su un giornale steso sul pavimento del salotto. L’immagine minacciosa del padre che gli punta contro il dito gridandogli “non farlo più perché non sai che cosa ti succederà” diventa da quel momento il suo incubo, la sua vergogna, la sua rabbia. «Da allora era come se mio padre mi impedisse di andare di corpo» (op. cit. pag. 311). Nel periodo che precede il triplice assassinio, Ferdinando scopre che gli è diventato difficile anche urinare. Allora escogita un altro rituale, farla in uno dei preziosi bicchieri dipinti esposti in un vecchio mobile del salotto. La madre se ne accorge, lo rimprovera, gli intima di smetterla con quella disgustosa abitudine. Adesso i “nemici” sono due, adesso viene a mancare anche l’unico sostegno che gli restava, quello materno. Questo padre e questa madre, che si preoccupano molto per Nicola, con il suo dramma di tossicodipendente, non riescono a capire la disperazione di Ferdinando, che si sente emarginato, “sporco”, malato, e ha il terrore del giudizio impietoso che gli altri darebbero se il suo triste segreto fosse scoperto. Da notare, per inciso, che il camper comprato da Giuseppe Carretta è a soli tre posti. Come a dire: è per me, per tua madre e per tuo fratello, tu non c’entri. Ucciderli appare dunque come l’unica soluzione per ritrovare la normalità, per tornare a sentirsi protagonista della propria vita e non triste comparsa compatita e sbeffeggiata. Poi, compiuto il massacro, nella notte tra il 6 e il 7 agosto Ferdinando trascina i tre corpi giù dalle scale e li carica sulla Croma del padre. Stranamente nessuno degli abitanti di via Rimini si accorge di qualcosa. Ferdinando si mette al volante alla ricerca di un luogo dove liberarsi dei cadaveri. Tra i vari mestieri che ha fatto c’è anche quello di autotrasportatore, motivo per cui conosce le discariche intorno a Parma. Si dirige verso una di queste ma la presenza di una coppietta lo costringe a cercare altrove. Punta su Varolo, trova un mucchio di sabbia, inizia a scavare. Bisogna fare in fretta perché presto sarà giorno. Butta giù i corpi, li ricopre e se ne va. Nell’appartamento di via Rimini la Scientifica non riuscirà a trovare la più piccola traccia.
L’8 dicembre 1998 la Corte d’Assise di Parma proscioglie Ferdinando Carretta dalle accuse di omicidio a suo carico, perché ritenuto incapace di intendere e di volere al momento dei fatti, nonché affetto da una schizofrenia paranoica. Viene rinchiuso nell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova. Il 15 settembre 2003, accompagnato dai suoi avvocati Marco Moglia e Gianluca Paglia, Ferdinando torna nella casa dei delitti per prelevare alcuni oggetti personali. Il 21 febbraio 2004 il Tribunale di sorveglianza gli concede la semilibertà, che gli permette uscite più frequenti . I medici sono ottimisti, un recupero alla vita sociale secondo loro è possibile. E più ottimista ancora è Ferdinando Carretta, che ha preso nel frattempo il diploma di ragioniere, frequenta un corso di informatica a Mantova, studia l’inglese, sogna una vita normale, una moglie, dei figli.
Nel giugno del 2006 Carretta lascia Castiglione delle Stiviere ed entra in una comunità di recupero in provincia di Forlì: seguirà un programma di riabilitazione per un suo reinserimento nel mondo del lavoro. Ma non basta: in appello vincerà anche la causa intestata con i suoi legali per entrare in possesso dei beni di famiglia – dopotutto l’unico superstite sono io, le sue parole precise – nel contenzioso che lo oppone alle zie Paola Carretta, sorella del padre e Adriana e Carla Ghezzi, sorelle della madre. In una intervista rilasciata alla Gazzetta di Parma nel 2008 Ferdinando spiega che “quello che è stato non potrà mai essere cancellato”, ma subito dopo aggiunge: «La tragedia poteva essere evitata. Se io mi fossi curato, quello che è successo non sarebbe mai accaduto». Sarebbe stato davvero così? Non lo sappiamo, ma una cosa va ricordata: molti hanno ritenuto scandaloso che l’autore di un crimine così efferato ne sia uscito, a conti fatti, piuttosto benino.

giuliana.giani@fastwebnet.it

 


 

L’istinto primario degli Scorpioni, anche di quelli che non avrebbero nulla di cui vergognarsi, è nascondere. Nascondere i propri sentimenti, nascondere una sessualità spesso prorompente, nascondere un’intelligenza acuta e tagliente che sa individuare i punti deboli di ogni situazione per sfruttarla poi a proprio vantaggio.
Se uno Scorpione quindi decide di commettere un delitto, sarà estremamente abile nel celare gli indizi contro di lui e, nei casi estremi, anche i corpi stessi delle vittime.
I nativi del segno privi di scrupoli possono occultare per l’eternità le loro colpe eventuali, mentre quelli più tormentati cercano, consciamente o inconsciamente, una punizione per i loro peccati.
Non per nulla è stato un celeberrimo Scorpione, Fëdor Dostoevskij, a immaginare l’inquietante trama di Delitto e castigo, dove un giovane idealista uccide un’usuraia e sua sorella ma poi, dopo un lungo tormento interiore, confessa i suoi omicidi per espiarne la colpa.
Ferdinando Carretta rientra a buon diritto nella seconda categoria di Scorpioni, quella di coloro che commettono omicidi atroci ma cercano poi in qualche modo qualcuno che li assolva dal male commesso, oppure ascolti solo le confessioni di un’anima in pena, la loro.
Il giornalista di Chi l’ha visto che per primo riuscì a fargli raccontare quanto era successo in quella afosa notte di agosto del 1989 (erano passati ben 9 anni!) dovette conquistarsi la fiducia di Ferdinando, convincendolo che era suo amico. L’intervista infatti durò molte ore e solo quando il giovane capì che il giornalista non lo giudicava ma cercava solo di capire, svelò una volta per tutte il suo terribile, innominabile segreto.
Perché il suo tormento non nasceva solo dall’avere ucciso i genitori e il fratello, ma da qualcosa d’altro per lui anche più angoscioso, quasi di certo alla radice dei suoi mali psichici.
A differenza di quanto quasi sempre accade nel campo degli omicidi, la strage non era nata da biechi motivi d’interesse economico, o da passioni o odi devastanti, quanto piuttosto da ferite della mente, ferite profonde, dissocianti e purtroppo pronte ad esplodere quando la follia di chi ne è portatore non riesce più ad essere contenuta.
Nel momento in cui Ferdinando Carretta si liberò dal suo peso interiore, lo squallido appartamentino di Londra dove viveva come un monaco di clausura o un detenuto si ammorbò di un’aria malsana. Quasi come se si fosse liberato anche di quei rifiuti corporei che erano alla base del folle delitto. Fu infatti il rapporto disastroso con il proprio corpo la causa prima della follia, inutile cercare interessi economici o altro.
Per molti era bello immaginare i Carretta a godersi una seconda vita ai Caraibi, grazie ai fondi neri trafugati dal padre nell’azienda dove lavorava. Ma si trattava di una leggenda metropolitana e la realtà – come spesso accade – era meno romanzesca e infinitamente più dolorosa.
La psicosomatica e altre discipline che tracciano un parallelo tra disagi della mente e malattie del corpo affermano che se un disturbo si localizza in una determinata parte del corpo stesso, ciò accade perché a quell’organo corrisponde una funzione anche psicologica. Ad esempio il mal di schiena colpisce chi vuol assumere su di sé troppe responsabilità, mentre è vittima del mal di stomaco chi non riesce a “digerire” certe cose che gli capitano.
Dal canto suo la psicoanalisi ha associato da lungo tempo le pulsioni sadiche che ciascuno di noi ha in sé - sia pure a livelli di solito molto blandi - alla cosiddetta fase anale dello sviluppo psichico del bambino, periodo in cui il piccolo ha un fortissimo interesse per i propri escrementi, mentre l’astrologia attribuisce la crudeltà proprio allo Scorpione, il segno natale di Ferdinando Carretta. Come pure ricollega sempre all’ottavo segno la defecazione, ma anche gli organi genitali maschili.
Lo Scorpione, si sa, è uno dei segni più istintivamente portati al sesso, piacevolissimo aspetto della vita in cui può trasformare certe sue tendenze distruttive in valenze fortemente costruttive. Tutti infatti sanno che una sana vita sessuale può essere uno degli elementi base per un buon equilibrio emotivo e le psicosi spesso possono derivare anche da un rifiuto della sessualità.
Nell’oroscopo di Ferdinando Carretta lo Scorpione subisce però pesanti lesioni, deviando quindi verso forme pericolose.
Analizziamo allora il suo tema natale.
Quell’ascendente in Vergine che gli conferisce un aria timida e insicura, indica anche una forte suscettibilità. La Vergine ha infatti il terrore delle critiche altrui, che spesso si lega al dito per l’eternità. Lo Scorpione, da parte sua, non dimentica mai nulla, e giura dentro di sé di vendicarsi di quanti lo hanno ferito. Ma per milioni di Scorpioni con l’ascendente in Vergine tutto si ferma a una fantasia di vendetta, mentre il primogenito dei Carretta ha trasformato quest’ultima in una sentenza di morte: che ha eseguito con le sue stesse mani e con estrema freddezza. Perché? La risposta astrologica è chiara.
Nel tema natale di Ferdinando Marte in Leone e in undicesima casa – quella che regola l’equilibrio psichico – si oppone a Saturno e quadra Nettuno e il Sole. Detto in altri termini, il senso di castrazione – psicologica e fisica – è devastante e la carica libidico-aggressiva di Marte non riesce a trovare una corretta valvola di sfogo. Anzi, si ritorce come un boomerang verso chi la possiede, ossia il povero Ferdinando stesso. Credo si possa usare a buon diritto l’aggettivo “povero” proprio perché Carretta, pur avendo commesso un crimine orrendo, era pur sempre vittima dei suoi demoni interiori. Il primo dei quali era indubbiamente il padre, come testimonia Saturno in Acquario in quinta casa opposto a Marte in Leone e quadrato a Mercurio in Scorpione. Giuseppe Carretta è quindi un genitore che, nella realtà oppure soltanto nella fantasia malata del figlio, non lo capisce e lo castra, privandolo del suo equilibrio emotivo.
Nel suo delirio psicotico, Ferdinando pensa che il non andare di corpo gli farebbe appunto restringere il pene. Traducendo questa contorta immagine fantasmagorica in una diagnosi psicoanalitica-astrologica, la “sporcizia” interiore delle feci trattenute si estende anche alla sfera della sessualità. Il giovane non riesce a “liberarsi” e quel carico diventa un insopportabile peso interiore, soprattutto dopo che il padre lo ha scoperto mentre defecava in salotto. La reazione schifata del genitore si traduce, nella mente del figlio, in una condanna a vita a non esprimere la sua sessualità, proprio come è indicato dal suo Saturno in quinta casa e così leso.
La figura della madre, nel tema di Ferdinando, appare effettivamente migliore rispetto a quella paterna. La Luna-mamma è nel segno dei Pesci, congiunta a Giove e in trigono a Mercurio. Marta Ghezzi sembrerebbe una madre sensibile, generosa e che capisce il suo primogenito, ma purtroppo la stessa Luna è anche opposta a Urano e soprattutto a Plutone, entrambi in Vergine.
Nel tema di nascita di Ferdinando Carretta il complesso di Edipo è ben presente, e tutt’altro che risolto. L’opposizione di Plutone alla Luna indica infatti che, almeno nella mente di Ferdinando, Marta Ghezzi non accettava la sessualità del figlio. A tale proposito, l’episodio raccontato dal giovane sulla pipì fatta nel prezioso calice della madre è una conferma di quanto le teorie di Freud fossero giuste.
Anche in questo caso la madre, come ha già fatto il padre, grida al figlio che sta facendo “cose sporche” e di non provarci mai più.
Insomma, nella mente del già turbato Ferdinando piombano gli anatemi di entrambi i genitori rispetto alla sfera della sessualità. E la pancia di Ferdinando si gonfia, si gonfia fin quasi a scoppiare.
Naturalmente i genitori Carretta si limitano a dire quello che qualsiasi persona normale direbbe: i bisogni corporali non vanno fatti in salotto. Ma l’avere sottovalutato quegli atti compiuti dal figlio, sintomatici di un devastante disagio interiore, è stato però uno sbaglio atroce che li porterà lla morte. Sebbene lo Scorpione, come già detto, sia un tipo che occulta e tiene per sé i segreti più dolorosi, sembra strano che l’occhio attento di un padre e soprattutto quello di una madre, non abbia saputo vedere in quel figlio introverso e comunque strano un’emotività fortissima e distorta, indicata dalla congiunzione del Sole a Nettuno e della Luna a Giove.
Come è possibile che i Carretta non abbiano scorto, nei silenzi di Ferdinando e nelle sue contorte abitudini igieniche, i segnali allarmanti di una sofferenza interiore ai confini della follia? Sofferenza che, come una bomba a orologeria, esploderà infine in una notte d’estate del 1989, eliminando alla radice la causa dei tormenti di Ferdinando, ossia il padre, la madre e il fratello.
Il giorno del delitto, nella notte tra il 4 e il 5 agosto 1989, Urano, il pianeta che ha sempre una parte importante nei fatti di sangue, era a circa 2 gradi del Capricorno, in trigono con l’Urano di nascita di Ferdinando a 4 gradi della Vergine, e formava aspetti positivi anche con il Mercurio e il Giove di nascita. Elementi, questi, che indicano la capacità di portare a compimento senza errori la macabra impresa. Al tempo stesso Plutone in transito a 12 gradi dello Scorpione, congiunto al Sole di nascita di Carretta, lo spingeva a fare emergere con violenza e in tutta la sua interezza quella sua identità, rimasta per lunghi anni confusa e compressa.
Compiuta la strage, Ferdinando Carretta agisce come solo gli Scorpioni sanno fare: cancella alla perfezione ogni traccia del delitto e scompare. Ma confondersi tra i milioni di abitanti di Londra non serve a fargli dimenticare. Lui, che ha ammazzato suo padre, sua madre e suo fratello, sembra quasi in attesa di qualcuno che lo capisca, che lo aiuti a fare sparire quei fantasmi che non vogliono andarsene. Lui, che,è riuscito a seppellire tre corpi senza vita, non riesce a sotterrare nella terra dell’oblio il suo crimine: quello è sempre davanti ai suoi occhi. Per liberarsi l’anima da un peso che si fa via via più massacrante, non gli resta che la confessione, e non importa se a raccoglierla non sarà un prete ma un regista televisivo dotato di innegabili doti umane e professionali come Pino Rinaldi. Come poco importa che al momento della clamorosa confessione in video di Ferdinando, nel novembre del 1998, il suo tema di nascita non fosse interessato da transiti planetari determinanti, quelli, per intenderci, che spingono verso la soluzione vera di un problema, sia esso interiore o di altra natura. Quel giorno una corda troppo tesa si è semplicemente rotta, un torrente ingrossatosi via via ha rotto gli argini, un uomo stanco di fuggire dai suoi rimorsi ha preso la mano che gli veniva tesa e si è fatto portare via, docilmente, come un bambino smarrito che ha fretta di tornare a casa.

La sentenza del Tribunale astrologico

I disturbi e le fantasie contorte di Ferdinando Carretta erano reali – almeno nella sua mente – come a volte ci appaiono reali i sogni, sia quelli belli e appaganti sia gli incubi. E quando l’incubo non si limita a farci svegliare nel bel mezzo della notte con il cuore in gola, ma pian piano invade la nostra mente, allora è tempo di correre ai ripari e cercare aiuto. Aiuto da parte di uno specialista, di un amico, di una persona cara. Ma se, come è accaduto a Carretta, chiuso nella sua prigione interiore di solitudine malata, si lasciano marcire dentro di sé i propri escrementi, fisici o psichici, prima o poi la tragedia si compie. Fabrizio De André cantava in Via del campo: «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior…». Parole bellissime, ma che non si applicano purtroppo al caso di chi, come Ferdinando, si era fissato in modo ossessivo sui prodotti di scarto del proprio organismo, anziché considerarli naturali. Quando la nebbia del disturbo mentale offusca la psiche, dagli escrementi non nascono fiori, e lo sperma non feconda il mondo, ma diventa sangue, e il sangue è vita, ma può essere anche morte. C’è solo da sperare che gli psichiatri che hanno avuto in cura Ferdinando lo abbiano aiutato a sciogliere per sempre i suoi atroci viluppi interiori, in modo che possa finamente accettare quanto è successo quella tragica notte estiva di tanti anni fa, e diventi sopportabile il ricordo del male inflitto e anche di quello subito a causa della sua malattia.

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