LA ROTTA DI ULISSE

 


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L’astrologia come conoscenza

Questo studio è un capitolo di una tesi di laurea in sociologia della conoscenza discussa all’Università La Sapienza di Roma nel luglio 2008, dal titolo

Astro-logica? Una valutazione dell’astrologia
tra credenza e conoscenza in John Dewey

di Tommaso Caponetti

 

“Al di qua del dominio della logica e della gnoseologia
valide per noi, vi sono stati lunghi periodi dello svolgimento storico
nei quali lo spirito umano si affaticava a lentissimi passi
verso il concepire e il pensare e sottostava a una legge
del rappresentare e del parlare
essenzialmente diversa dalla nostra.”
E. Cassirer

Un reperto archeologico

Lisa Dordoni Morpurgo nacque a Soncino, in provincia di Cremona, il 19 maggio 1923. Come ha lasciato scritto in diverse occasioni, mai avrebbe immaginato di occuparsi di astrologia. Il suo «retroterra culturale» era infatti «lontanissimo da qualsiasi tendenza esoterica, mistica o filosofica». Laureata in lettere all’Università Statale di Milano, conosceva quattro lingue e cominciò sin da giovanissima a tradurre, soprattutto dall’inglese e dal francese. Fu per lungo tempo collaboratrice della casa editrice Longanesi (che più tardi pubblicò i suoi libri) in qualità di responsabile dell’ufficio diritti esteri (il settore che in una casa editrice si occupa di acquistare i diritti sulle opere di autori stranieri per pubblicarle in Italia).
Nel 1964 le capitò però di tradurre un testo di François-Régis Bastide, uscito in italiano, sempre da Longanesi, con il titolo Lo Zodiaco. Segreti e sortilegi1. L’editore le chiese di arricchire il volume con personaggi della cultura e della storia italiana, più familiari al nostro pubblico. Lei stessa raccontava di aver cominciato a ricavare dall’Enciclopedia Treccani le date di nascita di scrittori, poeti, scienziati del passato. E proseguendo la ricerca scoprì che in alcuni casi le caratteristiche del segno zodiacale corrispondente erano così marcate da indurla a pensare che «questa classificazione in dodici tipologie potesse contenere delle informazioni non banali, anzi per certi dettagli molto puntuali». Il lato empirista della sua natura instancabilmente curiosa aveva ricevuto gli stimoli necessari per approfondire l’argomento. Così, cercando di scoprire se i fondamenti dell’astrologia, descritti dall’autore, potessero trovare un riscontro nella realtà, ossia se nelle persone nate in certi periodi si riconoscessero le caratteristiche dei vari segni zodiacali, ottenne delle conferme più che positive. Cominciò allora a dedicarsi a questo studio con serietà e determinazione crescenti; le sue prime cavie furono soprattutto scrittori e poeti che conosceva personalmente: Montale, Buzzati, Piovene, Gabriel Garcìa Márquez, Mario Vargas Llosa e molti altri.
Come più volte dichiarò in seguito lei stessa, il passo successivo fu cercare di scoprire perché l’astrologia funzionava. Il risultato delle sue ricerche andò a scardinare molte delle certezze date per indiscusse nell’astrologia tradizionale, che continuava ad accettare la sistemazione teorica complessiva operata da Tolomeo. Partendo dal ruolo centrale occupato nella teoria astrologica dal numero dodici, una cifra in apparenza “innaturale”, in quanto priva di nessi con la fisicità umana, giunse fra l’altro a postulare la presenza nel nostro sistema solare di altri due pianeti, ancora non scoperti dagli astronomi, ai quali dette il nome provvisorio di X e Y. E ancora, analizzando e “restaurando” in base a una ferrea logica geometrico-numerica la disposizione dei pianeti nei dodici segni, a partire dalle esaltazioni, negli anni Settanta riuscì a ricostruire la struttura dello Zodiaco, che nella sua impostazione diventa codice interpretativo della realtà. Infine la sua elaborazione teorica arrivò a formulare un sistema cosmico costituito da quattro Zodiaci, uno dei quali è il nostro.
Gli straordinari risultati dei suoi studi sono stati raccolti e pubblicati in una prima e fondamentale Introduzione all’astrologia e decifrazione dello Zodiaco2, poi in un libro per molti versi rivoluzionario, Il convitato di pietra3, e infine nel ciclo delle Lezioni di astrologia4.
Le sue idee furono presentate al pubblico più vasto anche grazie a dodici congressi astrologici, organizzati da lei stessa con la collaborazione di un gruppo di allievi.
Lisa Morpurgo è inoltre autrice di alcuni testi di narrativa, purtroppo oggi abbastanza difficili da reperire, nei quali le sue concezioni astrologiche trovano una forma espressiva che sfiora il genere fantascientifico e quello dell’apologo morale. Si è spenta a Milano nel marzo 1998.
Gli studi di Lisa Morpurgo sono particolarmente interessanti perché rappresentano un’ottica assolutamente nuova con cui guardare l’astrologia, o meglio lo Zodiaco: un approccio che la stessa studiosa definisce archeologico e che garantirà un’impostazione razionale della situazione problematica circa l’astrologia, sottraendola al fumoso ambito esoterico cui fu relegata a partire dal secondo Seicento. Le parole della studiosa in occasione di un convegno astrologico sono illuminanti in proposito:

«È possibile fare un paragone, un raffronto tra astrologia e archeologia? Trovare tra di esse qualche punto in comune? O è addirittura blasfemo parlarne nella stessa sede?

Lunghe esperienze mi fanno temere che una diffidenza un tantino scandalizzata sia forse lo stato d’animo più diffuso in proposito. Certo, il fenomeno astrologia è tale che la stampa ha finito con l’occuparsene spesso ma, come diceva un personaggio manzoniano, con judicio. Ossia con la convinzione sottintesa che questa febbre astrologica sia da considerarsi un’epidemia e basti aspettare che passi, come accadde alla peste di Milano, con l’aiuto del cielo, le benedizioni del cardinal Borromeo e soprattutto con lo sterminio degli untori, che saremmo poi noi, sciagurati propalatori di superstizioni e menzogne.
Cercherò di evitare polemiche, anche perché di solito si risolvono in un colloquio tra sordi, e ricostruirò un pezzo della mia storia astrologica personale, non per vanità ma in quanto, documenti alla mano, posso affermare di aver già paragonato, molti anni fa, la tecnica di alcune mie ricerche a quelle applicate dagli archeologi nei loro scavi.
In un certo senso, l’operazione che iniziai avvicinandomi alla astrologia potrebbe essere paragonata all’impresa di Schliemann: la fiducia in un testo antichissimo [lo Zodiaco, ndr] – nel caso di Schliemann l’Odissea –, l’applicazione di tecniche moderne alle indicazioni fornite da tale verbo, e un accanito lavoro di scavo per riportare in luce le vestigia di un remoto passato.
Tutti sanno con quanta violenza Schliemann fosse attaccato e osteggiato dagli archeologi del suo tempo, e in tale ostilità noi possiamo rintracciare alcuni elementi che ci permettono di prolungare il paragone analogico con i problemi dell’astrologia: il successo di Schliemann sollevava soprattutto questioni di principio che si diramavano, per così dire, in queste direzioni: una difesa dei privilegi di casta, poiché Schliemann era un outsider, un ricco mercante dilettantescamente infatuato di letteratura greca; e un sussulto censorio, comune a tutta l’umanità e non limitato agli archeologi, scatenato dall’ipotesi che un testo mitico e letterario, quale appunto l’Odissea, rivelasse delle verità anziché essere pura favola. Rileggendo le cronache del tempo, si ha l’impressione che l’Accademia di Berlino avrebbe preferito rinunciare a una scoperta così importante come quella dei resti di Troia anziché vedersi sconfitta sulle questioni di principio suddette.
E qui terminano, quasi brutalmente, le analogie tra il caso di Schliemann e il mio, mentre risulta opportuno mettere in luce le differenze. Anziché basarmi su un testo letterario, io partivo da un disegno crittografico, ossia lo Zodiaco. La mia fiducia in tale testo non era cieca e sentimentale, come quella del mercante tedesco, ma ancorata a delle prove empiriche, ossia l’impressionante quantità di risposte divinatorie esatte fornite nei millenni dall’astrologia nonostante la rozzezza dei suoi cultori, e sorretta da dimostrazioni teoriche, ossia, analizzato in un certo modo, lo Zodiaco si presentava effettivamente come un messaggio in codice. Infine, i destinatari di tale messaggio non erano gli archeologi, ma gli scienziati. A questo punto le mie difficoltà divennero enormi perché mi trovai chiusa nella morsa di una doppia ostilità: quella degli scienziati, che di astrologia non vogliono nemmeno sentir parlare, e quella degli astrologi, che rifiutavano una ricostruzione ragionata dello Zodiaco condotta al di fuori dei dogmi tolemaici.
A loro scusante, va detto che io non potevo presentare prove tangibili come i resti di Troia, e sebbene io lavorassi sullo Zodiaco esattamente come se fosse un reperto, ciò che ne ricavavo era lo stupefacente tracciato di una crittografia rivelatoria che, letta in modo opportuno, forniva indicazioni e informazioni sempre più complesse e senza dubbio – come ho già accennato – di carattere scientifico.
Questa affermazione suona così inverosimile, così pazzesca, che non avrei nemmeno osato accennarvi se non mi confortassero due episodi accaduti negli ultimi mesi.
Alla fine del 1983, l’editrice Adelphi pubblicò un libro di Giorgio de Santillana e Herta von Dechend dal ponderoso titolo Il mulino di Amleto, saggio sul mito e sulla struttura del tempo5. Scopo degli autori: dimostrare come il bagaglio mitologico delle più svariate civiltà umane non sia frutto dell’immaginazione favolistica dei primitivi, ma si colleghi costantemente a una visione del divenire dell’universo, secondo criteri cosmogonici che la scienza moderna potrebbe difficilmente rinnegare.
Chi [legge] può concludere, sbrigativamente, che il defunto Santillana e la sottoscritta sono legati da una comune follia, ma rimane un fatto incontestabile: nonostante l’astrusità dell’argomento, e il notevole prezzo di cinquantamila lire, le prime cinquemila copie del Mulino di Amleto si volatilizzarono in due mesi, e dobbiamo dunque dedurne che tra pubblico molto vasto, e ignorato dal Palazzo dei mass media, esiste un interesse vivissimo per questo tipo di ricerche, e una rivalutazione razionale di quanto gli pseudo-illuministi si ostinano a chiamare irrazionale.
Il successo del Mulino di Amleto fu particolarmente esaltante per me non solo perché l’interpretazione dei miti ivi esposti coincideva con quanto avevo sempre pensato, ma perché vi trovai addirittura brani che esprimevano, quasi con le stesse parole, concetti e affermazioni esposti nella mia Introduzione all’astrologia.
E posso citarne subito uno: «Supponiamo che si debba abbandonare un bambino di sette anni in un luogo deserto, con l’unico aiuto di una macchina complicatissima in grado di spiegargli perché è lì e come possa orientarsi nel mondo ignoto che lo circonda. Il bambino, alla sua età, è incapace di far funzionare la macchina, né potrebbe riuscirvi anche da adulto se avesse in mano un foglio di istruzioni tecniche, con riferimento a numeri e calcoli che non ha mai appreso. Ma se simboli e calcoli fossero presentati in modo più semplice e adatto alla mentalità infantile con disegni avvincenti e simboli colorati e ragionamenti condotti su un filo fiabesco, forse il bambino riuscirebbe, col tempo, ad azionare le leve giuste. Chi esamini a fondo, e con animo aperto, lo schema dello Zodiaco (ovvero lo zodiaco di grado zero esaminato da Volli, ndr), da me completato e leggermente modificato rispetto alla tradizione sarà indotto a pensare che il gioco astrologico degli opposti (Marte e Venere, Sole e Saturno eccetera) è la vera fonte della mitologia, e non viceversa. In altri termini, gli antichi osservatori del cielo non chiamarono Marte un pianeta rosseggiante perchè favoriva un'associazione di idee con un dio della guerra già creato dalla fantasia umana, ma al contrario, il dio della guerra, come la dea dell’amore o il dio della intelligenza o quello della fredda razionalità, erano già impliciti nella simbologia dello Zodiaco, costituivano il complesso delle favole istruttive, necessarie per far capire a un bambino un complicato sistema di forze naturali»6.
Fin qui l’Introduzione all’astrologia. Ed ecco Il mulino di Amleto, pagina 81 «L’ipotetico bambino curioso sarebbe soddisfatto solo se la “storia” della macchina gli fosse raccontata alla maniera di Kipling, che non è quella di un ingegnere o di un meccanico. Ma supponiamo ora che il bambino fosse stato messo di fronte alla storia di un pianeta, così come emerge dai testi di meccanica celeste, e gli si fosse chiesto di calcolarne orbite e perturbazioni: sarebbe un compito buono solo per un adulto uggioso e astronomo di professione per giunta [...]. Ma se invece una persona vissuta alcuni millenni fa si fosse trovata davanti a ingegnosi racconti sul regno di Saturno e sulle sue esorbitanti attività di costruttore e plasmatore [...], se avesse saputo dei modi in cui Giove esercitava il suo imperio [...] e delle feroci avventure di Marte, ebbene, egli sarebbe stato partecipe del processo della conoscenza mitica [...], l’avrebbe trovata più facile da rispettare che da comprendere, ma da essa avrebbe comunque ricavato un’idea della struttura complessiva del cosmo».
E ancora, Introduzione all’astrologia, pagina 38: «Fin dall’inizio dei nostri studi astrologici siamo stati convinti che le esaltazioni planetarie fossero determinate da qualcosa di ben diverso dalla intelligenza, dalla buona volontà o dall’arbitrio degli astrologi, e che bisognasse risalire al Numero, cui l’astrologia sembra essersi ispirata ancor prima e più che ai pianeti».
E Il mulino di Amleto, pagina 103: «L’astrologia ... apparteneva a un tempo ricco di una conoscenza andata poi perduta, una conoscenza di corrispondenze cosmiche che trovavano riprova e suggello della verità entro uno specifico determinismo, anzi, un superdeterminismo soggetto a forze del tutto prive di ubicazione. Il fascino e il rigore del Numero facevano obbligo che le corrispondenze fossero esatte in molte forme. La molteplicità dei rapporti visti o intuiti portò l’idea a un punto focale in cui l’universo appariva determinato non su un solo livello, ma contemporaneamente su molti. Leibniz ci ha dimostrato fino a che punto si può arrivare se ci si serve di mezzi moderni: l’universo completo dei singoli destini per tutto il tempo a venire, concepito in un unico istante da una folgorazione della mente divina... Un qualche Leibniz preistorico o protostorico, la cui esistenza è tutt’altro che inconcepibile, può benissimo aver accarezzato questo impossibile sogno... poiché se si parte dal Numero, è pensabile in questa prospettiva tutta una logica».
Questa visione zodiacale della cosmologia e la grandissima ammirazione che Santillana dimostra per l’astrologia antica come scienza del divenire dell’universo, è affiancata da un disprezzo profondo per «l’astrologia comune o giudiziaria (relativa alla previsione degli eventi, ndr), capriccio e moda tra il pubblico ignorante, evasione dalla scienza ufficiale» e frecciate in questo senso si trovano spesso qua e là nel volume.
Intendiamoci, Santillana, che scrisse Il mulino di Amleto alla fine degli anni Settanta, non aveva poi tutti i torti. Per un professore universitario avvezzo al lavoro sistematico di ricerca, a una impostazione metodologica delle analisi, al rigore delle deduzioni e alla corretta citazione delle fonti, il corpus della letteratura astrologica doveva apparire come un guazzabuglio di incompetenza, di ignoranza e di faciloneria, costruito attorno a un nocciolo di nozioni fideistiche e sconnesse.
Confesso che tale fu anche la mia prima impressione, ma, forse perchè meno imbevuta di spirito accademico, reagii in modo diverso.7»
Per Morpurgo la determinazione del problema-soluzione circa la millenaria pervicacia astrologica è quindi vedere lo Zodiaco come un messaggio in un codice crittografato per l’interpretazione della realtà fisica e individuale. Soffermiamoci ancora un istante sulla biografia della studiosa per capire meglio come nacque tale speculazione.
«Mi interessai alla astrologia molto tardi e partendo da una posizione di totale scetticismo. La traduzione casuale di un volumetto divulgativo di Françoìs Règís Bastide mi colpì perché vi trovai alcune analogie impressionanti tra la descrizione di certi segni zodiacali e il carattere di persone a me note e nate appunto in quei segni.8»
Quindi Morpurgo, come Volli9 ha rilevato «il guazzabuglio di incompetenza, di ignoranza e di faciloneria» nella bibliografia astrologica tradizionale ma, contrariamente al nostro semiologo, la studiosa ha constatato delle analogie significative tra la descrizione dei segni e il carattere di personaggi di sua conoscenza appartenenti ai relativi segni:
«… queste coincidenze erano troppo frequenti e troppo particolareggiate perché le si potesse attribuire al puro Caso. E, dal momento che era ed è tuttora mia ferma convinzione che il mistero non esiste, esistono solo fenomeni che per il momento non si possono spiegare alla luce della ragione, decisi di saperne di più e iniziai i miei studi come autodidatta poiché il panorama della astrologia italiana dell’epoca era desertico; d’altronde, temo che avrei troncato ben presto i rapporti con qualsiasi maestro disponibile perché il mio approccio con la tradizione fu immediatamente un approccio di rottura.10»
Possiamo allora vedere in Morpurgo una prima fondamentale differenza rispetto a Volli nell’approccio all’astrologia, nonostante il libro di Bastide tradotto dalla studiosa faccia parte della bibliografia esaminata dal semiologo per la sua analisi: se per Morpurgo la traduzione del libretto astrologico fu come l’esser «morsa dalla tarantola della curiosità» per quanto riscontrato, per Volli la lettura del medesimo rafforzò tutt’al più la convinzione della diffusa tendenza nell’uomo per l’effetto Barnum11, aggiungendo un’ulteriore prova della vaghezza cognitiva della tipologia astrologica già riscontrata negli altri manuali della sua bibliografia di studio.
Il diverso esito della lettura del libretto in Volli e in Morpurgo è allora una differente lettura dei dati da cui scaturirà una differente posizione del problema: il che chiama in causa l’assodato ruolo dell’osservatore nell’impostazione di una ricerca, per di più su un oggetto d’analisi tanto evidente quanto sfuggente quale può essere la tipologia caratterologica umana.
Pur ammettendo una buona dose di pensiero riflessivo nei due studiosi – ambedue partono da posizioni di totale scetticismo nei confronti dell’astrologia – la casualità dell’approccio di Morpurgo rispetto a quella a tavolino di Volli ne lascia ipotizzare una maggior freschezza di giudizio, preziosissima per un argomento come quello astrologico su cui la polemica ha da tempo immemorabile preso il posto del confronto. Resta comunque l’effettiva vaghezza cognitiva, riscontrata anche da Morpurgo, della letteratura astrologica tradizionale:

«Lessi alcuni testi sull’argomento, che mi lasciarono stupefatta per la loro fondamentale ingenuità, e maturai una ben ponderata convinzione: il corpus della letteratura astrologica, da Tolomeo in poi, era un reperto archeologico, un ammasso di nozioni distorte coperto da una polvere secolare e mantenuto in vita da una schiera di adepti la cui cieca fede nel Tetràbiblos era direttamente proporzionale alla loro incapacità di analisi critica e di aggiornamento.12

Morpurgo quindi, avendo notato, come Volli d’altronde, che tutta l’astrologia occidentale altro non è che l’acritica applicazione della teoria tolemaica, si concentra sull’opera dello scienziato alessandrino:

«Più volte mi sono sentita rimproverare: «La tradizione non si tocca» come se i miei peccati di eresia fossero destinati a trascinarmi nel fondo dell’Inferno. Vorrei chiarire subito che anch’io nutro nei confronti della tradizione un rispetto ammirato, sebbene critico, e arrivo al punto di supporre che proprio il suo carattere sacrale, intangibile, le permise di sopravvivere ai secoli senza subire pericolosi e forse irreparabili rimaneggiamenti.13»

«Eppure i miei studi universitari, dedicati soprattutto alla storia e alla filologia, precludevano la possibilità che io accettassi il verbo di Tolomeo come oro colato. Giudicai subito il Tetràbiblos per quel che è in realtà: la compilazione riassuntiva di molti, forse moltissimi testi di astrologia contenuti nella biblioteca di Alessandria, compiuta dall’autore secondo un suo personale criterio di scelta e di giudizio. Scelta e giudizio incontrollabili, poiché la biblioteca di Alessandria fu fanaticamente incendiata in uno dei giorni più neri della storia umana. Supporre in Tolomeo una visione parziale, per non dire settaria, del patrimonio astrologico antico è senz’altro legittima; credere in tutto quanto egli dice equivale a credere alla storia romana narrata da Tito Livio, perché un patrimonio cultural-narrativo così antico, e così rimaneggiato (esistono ben quattro versioni principali del Tetràbiblos) deve essere per forza sottoposto a una revisione critica analoga a quella che il Mommsen eseguì, appunto, sui testi di Tito Livio. Ciò che invece mi colpì nei libri di astrologia che lessi, e soprattutto nei colloqui con i miei primi colleghi, fu il tono fideistico con cui parlavano di una “tradizione” dai contorni sempre più sfumati ma ritenuta indiscutibile.14»

Come Volli, anche la studiosa si rende conto che l’astrologia è rimasta alla sua sistemazione teorica operata da Tolomeo, non avendo conosciuto sviluppi rilevanti, se non la scoperta dei pianeti oltre Saturno che comunque, come abbiamo visto, non ha prodotto lo scossone teorico immaginabile. E, come Volli, Morpurgo ha rilevato la scarsa curiosità da parte degli stessi astrologi circa il funzionamento della tecnica che utilizzavano.
Ma la differente posizione del problema rispetto a quella del semiologo triestino porta la studiosa ad operare una netta distinzione, non sempre chiara in Volli, tra l’astrologia e coloro che la applicano, tra una norma e la sua prassi, direbbe Dewey:

«Quando incominciai a analizzare i primi temi natali, verso la metà degli anni Sessanta, e li accostai ai trattati di astrologia di cui allora disponeva il mercato, ebbi la netta impressione che l’astrologia funzionasse malgrado gli astrologi.

Oggi, con una maggiore esperienza e alcune notevoli scoperte alle mie spalle, posso addirittura dire che l’astrologia funziona a dispetto degli astrologi. Ciò che più mi colpì a quei tempi fu la totale mancanza di un criterio di analisi nelle informazioni fornite dai testi.
Si trattava in realtà di precetti espressi in termini fideistici e catechistici mescolati a qualche nozione pratica che sembrava basata sull’esperienza, ma che un minimo controllo sperimentale rivelava campata in aria. [...]: si inizia di solito con una descrizione dei segni che viene a coincidere puntualmente con la descrizione delle persone nate in quei segni. Il che [...] è un grave errore poiché si sopprime la causa parlando solo dell’effetto. Inoltre il "tipo Ariete" e il "tipo Toro" subisce una generalizzazione arbitraria che a volte si estende anche alle caratteristiche fisiche con effetti disastrosi. Il profano che legga in Sementovski15 «Lo Scorpione è quello che meno degli altri corrisponde a ciò che comunemente si chiama bellezza umana» e rammenti la glaciale e perfetta bellezza della Scorpione Grace Kelly, non sarà invogliato a studiare astrologia. La pretesa di avanzare certezze facilmente smentite mi parve subito il tallone d’Achille dell’astrologia tradizionale, e il giusto bersaglio dei suoi avversari.16»

Thomas de Quincey dal Modern English Books of Power, di George Hamlin Fitch.Qualche decennio prima il noto scrittore inglese Thomas de Quincey intuì lo stesso paradosso:

«Rispetto enormemente l’astrologia ma, nello stesso tempo, è singolare che il mio rispetto verso questa scienza sia sorto insieme con il disprezzo verso gli esperti di essa. Credo appunto nell’astrologia ma non negli astrologi. L’astrologia è una scienza molto profonda o, per lo meno, molto nobile; ma gli astrologi sono solo degli impostori.17»

Anche per Morpurgo, come per Volli, si pone allora la questione della pervicacia astrologica e del suo uso e fruizione nei secoli:

«Dobbiamo tuttavia ammettere che, vista con gli occhi non dico della scienza, ma di una media cultura moderna, il bagaglio astrologico tradizionale non potrebbe mai essere preso in seria considerazione se non fosse per un fatto incontestabile, alla cui evidenza mi arresi subito nonostante il mio iniziale scetticismo: l’astrologia funziona, e funziona benissimo.18»

La studiosa ha infatti riscontrato delle coincidenze significative, tra la descrizione caratterologica dei segni contenuta nella bibliografia astrologica tradizionale e caratteri di persone di sua conoscenza, in misura decisamente maggiore rispetto ad una generica probabilità.
Occorre ancora una volta ricordare che in questa sede non interessa entrare nel merito circa l’effettiva significatività cognitiva dell’ipotesi di corrispondenza: la nostra analisi è partita dalla constatazione della diffusione millenaria e socialmente trasversale del fenomeno astrologico – dal semplice uso della caratterologia in dodici tipi alla pratica dell’oroscopo – per cui abbiamo assunto che l’astrologia funzioni; resta da valutarne il tipo di funzionamento.
A questo proposito abbiamo illustrato il parere del semiologo Ugo Volli, che non ammette il principio di corrispondenza, propendendo per una funzione linguistica della disciplina; ora presentiamo la posizione della studiosa Lisa Morpurgo, che invece di tale principio ne ha rilevato la significatività cognitiva, a cominciare dal solo segno solare. Quindi non discuteremo direttamente le prove empiriche riscontrate dalla studiosa nell’applicazione delle teorie astrologiche quanto il suo approccio e la sua impostazione del problema circa la pervicacia millenaria dell’astrologia.
Per dirla con Dewey, sia di Volli che di Morpurgo qui non interessa tanto presentare il quarto e il quinto punto delle loro indagini (il ragionamento e il carattere operazionale di fatti e significazioni) quanto i primi tre: le condizioni antecedenti all’indagine da essi rilevate, la posizione del problema e la determinazione del problema-soluzione.

Scrive Morpurgo:

«Nonostante i danni prodotti dal tempo e dalla ignoranza, l’astrologia continuava a funzionare. In modo lacunoso e zoppicante, ma funzionava. Mi comportai, allora, come Melchisedech giudeo in Roma, che si convertì al cattolicesimo perché disse a se stesso: «una religione che sopravvive a una così spaventosa corruzione di papi e vescovi e preti deve essere la migliore del mondo».19»

«Quindi il mio punto di partenza fu questo: l’astrologia funziona nonostante la tradizione, e se un ammasso così impressionante di dati sperimentali era stato raccolto con l’aiuto di un bizzarro e zoppicante catechismo, la conclusione poteva essere una sola: quello zoppicante catechismo era il relitto archeologico di qualcosa di importantissimo e, soprattutto, di scientificamente valido. Poiché il ragionamento era stato impostato in modo corretto, non mi ci volle molto per scoprire che questo qualcosa era, molto semplicemente, lo Zodiaco in sé e per sé, con la sua griglia di indicazioni assurde in apparenza, ma efficacissime sul piano interpretativo.20»

Morpurgo, di pari passo con Volli, si rende conto che tutto il discorso astrologico ruota intorno allo zodiaco di grado zero – come l’ha chiamato il nostro semiologo – costituito dai repertori dei segni e delle case sincronizzati tra loro e su cui si inseriscono i pianeti secondo lo schema dei domicili e delle esaltazioni indicato in Tolomeo, dando origine alla sintassi astrologica:

«La pietra miliare dell’astrologia, la sua colonna portante era lo Zodiaco, considerato per lo più un reticolo per inserire il tema natale, e semmai utile, all’inizio di frettolosi studi, per chiarire lo schema di domicili, esili, esaltazioni e cadute, mandati a memoria e recitati come una giaculatoria. L’unica cosa che contava veramente per tutti, anche per non disprezzabili ragioni economiche, era la previsione del futuro.21»

Morpurgo, al contrario degli astrologi tradizionali, si concentra proprio sullo strumento teorico che consentiva a questi di fare le agognate previsioni, unico vero scopo anche perché l’unico commerciabile. Vediamo allora, proprio a proposito della previsione, il primo di una serie di distinguo a carattere critico che la studiosa opererà nei confronti dell’astrologia e della sua storia:

«Già in quel lontano 1976 io sapevo che l’astrologia incuteva paura. E avevo anche capito che paradossalmente, “la paura del futuro” era un pretesto che di paure ne nascondeva ben altre. Il lato divinatorio dell’astrologia, cui per secoli e millenni fu dedicata la maggiore attenzione, è invece il più scadente ma anche il più accettabile perché rassicurante; il futuro può confermare l’ipotesi dell’astrologo, ma può anche smentirla, e qui sta la bellezza dell’intera faccenda: sia se una disgrazia preannunciata non si verifica, sia se si verifica senza essere stata preannunciata, il consultante [colui che ha richiesto un consulto all’astrologo, ndr] ha buon gioco nel dire che gli astri non funzionano poi tanto bene e l’astrologo, sebbene ferito nell’orgoglio professionale, in fondo al cuore e spesso inconsciamente ne è altrettanto soddisfatto, perché lo strumento che si trova fra le mani gli fa tremare le vene e i polsi.22»

Come dice Morpurgo citando la Recherche di Proust, le nevrosi, per quanto dolorose, lo sono sempre meno di ciò che nascondono. La nevrosi d’ansia per il futuro, costante dell’umanità, nasconde l’angoscia che l’arbitrio umano non sia così libero come vorremmo:

«Più volte scrissi che l’astrologia tolemaica ha la struttura di un catechismo e quando leggo il Tetràbiblos sento echeggiare nella mia memoria la voce di un parroco brianzolo che chiedeva a un gruppo di bambinetti: «Quante sono le persone della santissima trinità? Quali sono le virtù cardinali?» e noi pronti a snocciolare risposte cantilenanti e inequivocabili, fonti di grande sicurezza morale per tutti, ossia per noi e per il parroco.

Insisto sul termine “sicurezza morale” perché penso conservi intatto il suo valore anche se trasferito nel campo dell’astrologia. Infatti, pur accettando (e io non l’accetto) l’ipotesi di un’astrologia nata come arte mantica, è indubbio che il conflitto tra l’ansia di conoscere il futuro e il terrore di identificare davvero una mappa del proprio destino, ha contribuito nel corso dei millenni a intorbidare le acque, determinando poi sia il carattere stupidamente derisorio delle ostilità esterne, sia l’ottusità dell’integralismo tradizionalista. Finché le radici di tale conflitto non saranno estirpate (e ammetto che le rappresentanze emotive sono fortissime), la confusione continuerà a regnare sovrana e i Piero Angela di questo mondo potranno imperversare senza difficoltà su un terreno che gli astrologi stessi hanno minato ai propri danni.23»

«Infatti, piaccia o no agli astrologi, bisogna pur dire che essi sono i primi ad aggrapparsi a un ragionevole margine di errore, paragonabile a quel “ragionevole margine di dubbio” che induce i giudici anglosassoni a pronunciare sentenze di assoluzione. Ecco perché, sebbene la cosa sembri a prima vista paradossale, professionisti e consultanti preferiscono localizzare nella lettura di un tema natale pochissimi elementi, tentando di fornire, o di ottenere, risposte univoche e indiscutibili. Al di là di questi punti focali, meglio lasciare addensare cortine di fumo dove si accumulano tutte le illusioni possibili. Una posizione del genere non consente di fare grandi passi avanti nello studio dello Zodiaco, e nemmeno nella pratica dell’astrologia che ne viene anzi costantemente svilita e mantenuta al vergognoso livello di “arte divinatoria”.24»

Approfondiremo in seguito perché la studiosa rifiuti l’ipotesi – prospettata anche in Pompeo Faracovi25 – di un’origine empirica dell’astrologia dalla mantica astrale, a favore dell’idea dello Zodiaco come codice scientifico crittografato della realtà, eredità di antichi saperi iniziatici presocratici.
Interessante per ora è vedere come Morpurgo abbia ritenuto la questione della previsione astrologica molto più problematica rispetto a quanto rilevato da Volli, pur partendo come quest’ultimo dalla constatazione del desiderio di conoscere il futuro quale costante dell’umanità. Lo studioso in fin dei conti aveva ridotto la prassi previsionale dell’astrologia ad un escamotage linguistico per soddisfare il bisogno di individuazione dell’uomo e farlo parlare dei suoi bisogni e aspirazioni, indipendentemente dall’effettiva significatività cognitiva della previsione.
Morpurgo invece, proprio per aver accertato la significatività di alcune asserzioni astrologiche oltre la generica probabilità statistica, ritiene la suddetta prassi – pur ben descritta da Volli – come rivelatoria di un’ansia ben maggiore di quella di conoscere il futuro. Secondo la studiosa infatti, dietro la richiesta di previsioni, si cela il sospetto dell’esistenza di un’effettiva predestinazione: tale timore è la vera angoscia dell’uomo occidentale nel corso di tutta la sua storia, risolta in vario modo sino all’istituzione illuministica del dogma del libero arbitrio, come abbiamo già visto con Pompeo Faracovi.
La previsione astrologica così come è stata praticata negli ultimi duemila anni risulta allora il lato più scadente della disciplina poiché, chiamando in causa tendenze e predisposizioni suscettibili di mutamento grazie alla buona volontà dell’uomo – come vogliono Tolomeo e San Tommaso – offre una versione debole e sfumata dell’influenza planetaria, stagnandola nel compromesso tomistico astra inclinant non necessitant, non consentendo di conseguenza un genuino controllo e una comprensione razionale dell’astrologia.
La stessa fallacia delle predizioni in ultima analisi ha una funzione tranquillizzante, salvando il libero arbitrio dagli assalti della predestinazione, il cui angosciante sospetto non consente all’uomo di andare oltre l’accoglimento di alcune mezze verità intraviste nell’oroscopo.
Lisa Morpurgo, avendo preso atto che qualcosa dell’astrologia funziona, riesce a proporre un’impostazione della situazione dubbiosa in termini razionali e innovativi, unici nel panorama astrologico del '900; probabilmente ciò è stato possibile grazie alla sua totale extraterritorialità sia rispetto al mondo astrologico – addormentato da millenni di acritica e fideistica applicazione del dogma tolemaico – sia rispetto al mondo accademico, imbevuto dai pregiudizi antimagici sui quali si è sviluppato26 e nei quali è coinvolto a torto il discorso astrologico.

«La soluzione del problema è irritante come il giochetto dell’uovo di Colombo: l’astrologia non è un'arte mantica, bensì la chiave rivelatoria di una cosmologia che illustra nascita, decadenza e fine di tutti i sistemi planetari dove sia possibile lo sviluppo della vita. Ora, qualsiasi chiave rivelatoria, qualsiasi schema crittografico ha in sé una logica ferrea dalla quale non si può sgarrare, pena la mancata lettura del messaggio.27»

Lo Zodiaco come reperto di un codice: è questa in ultima analisi l’originale determinazione del problema-soluzione circa la pervicacia astrologica nella storia umana.

Ricostruzione del codice

A seguito delle sue prime indagini sulla disciplina, appare chiaro a Morpurgo che
«… l’astrologia non è fatta né di intuizioni né di nozioncine catechistiche.28»

«Infatti, limitandosi a considerare il mero aspetto previsionale, si tenta di mantenere l’astrologia a basso livello, ritardando il più possibile il riconoscimento del suo valore scientifico.29»

«Oltretutto, la decifrazione dello Zodiaco rimane inafferrabile finché ci si ostini a considerarlo come un antico strumento astronomico parzialmente esoterico. Diventa invece molto semplice qualora si accetti l’idea che si tratta di un messaggio in codice.30»

«Eppure la storia dell’astrologia degli ultimi duemila anni testimonia che tale significato fu sempre interpretato (almeno fin dove può risalire la memoria storica) nel suo solo valore divinatorio. Non si pensò mai che la validità della divinazione fosse proprio la molla necessaria per fare scattare la mente umana alla ricerca di significati diversi riferibili ai simboli stessi, poiché la prevedibilità degli eventi implicava una segreta motivazione del loro succedersi. E se tentativi furono compiuti in tale senso, rimasero sempre più o meno legati all’esoterismo, oppure si espressero in un linguaggio inaccettabile per la scienza.31»

«Anche perché dobbiamo sempre tenere presente che lo Zodiaco è un codice tanto più ingegnoso quanto più costretto entro limiti di estrema povertà formale, ossia una rappresentazione grafica circolare monocolore a una sola dimensione, accompagnata da ventiquattro simboli [dodici segni e dodici pianeti, dei quali due postulati dalla studiosa, ndr] che nel corso dei secoli furono numericamente mutilati e spesso profondamente distorti nel loro significato.32»

Se Volli ha preferito attribuire principalmente al mentale (effetto Barnum) il millenario funzionamento dell’astrologia, Morpurgo ha optato decisamente per una riqualificazione esistenziale della situazione problematica.
Lo Zodiaco prospettato da Morpurgo infatti è un codice crittografato della realtà umana, che inficia la concezione comune del libero arbitrio e, forse anche per questo, giunto sino a noi mutilato. Esso è stato usato come giochetto mantico, esorcismo contro l’angoscia della predestinazione, cui gli stessi astrologi non sono immuni: questi ultimi infatti non sono andati oltre l’apprendimento di una tecnica al solo fine della previsione che, in quanto fallibile, risulta in ultima analisi funzionale al dogma del libero arbitrio.
Con il trionfo dell’Illuminismo poi, il linguaggio analogico – con cui si esprimeva la filosofia della natura aristotelica e che è alla base della semantica zodiacale – cessò la sua operatività essoterica, segnando la definitiva frattura con la scienza.
Abbiamo già detto che Morpurgo concentra i propri sforzi sulla teoria astrologica piuttosto che su una delle sue applicazioni maggiori, la previsione, la quale è infatti intesa come mezzo per confermare o smentire un’asserzione teorica. Nella sua analisi del codice zodiacale, che ha scosso nelle fondamenta l’astrologia cosiddetta “tradizionale”, importanza fondamentale assume il gioco degli opposti, che permise a Morpurgo di definire la sua astrologia dialettica: ogni segno ha in sé delle caratteristiche che mancano al suo diretto opposto e viceversa, in un equilibrio di tendenze dialettiche ma complementari. Le sue osservazioni partono proprio da basi geometrico-razionali (il numero 12, coi suoi dividendi, crea un gioco speculare di simmetrie zodiacali che è il fulcro di tutto), attingendo ai dati dell’antica tradizione astrologica giunti sino a noi, per alcuni dei quali vedremo la studiosa ipotizzare lapsus calami da parte dei copisti e soprattutto manomissioni nei secoli date da interpretazioni pregiudiziali e censorie, ma che ella analizza sino a individuarne il messaggio essenziale.
Un merito di Morpurgo è stato proprio quello di non lasciarsi condizionare da tutte le incrostazioni pseudo-magiche, che nei secoli avevano reso l’apparato astrologico farraginoso e caotico, snellendolo e restituendogli un valore logico-deduttivo di interpretazione della realtà in ogni suo aspetto e sfaccettatura.
Partendo dalle analogie impressionanti rilevate nella casuale traduzione di un libretto astrologico, Morpurgo non è stata vittima dell’“analfabetismo di ritorno” tipico di molti che saggiano la bontà astrologica per poi relegarla nel mondo del mentale, come direbbe Dewey, ma, procedendo tenacemente nelle sue indagini riflessive, ha teorizzato una versione forte e pervasiva del condizionamento planetario, tant’è che la sua astrologia dialettica si può definire una teoria critica come quella marxiana e freudiana: mettere da parte il libero arbitrio ha significato infatti reinterpretare radicalmente la realtà umana.
È ovvio che un tale sforzo intellettuale fu destinato a rimanere una voce solitaria, sia pure con alcune isolate eco nel mondo astrologico come in quello scientifico e filosofico; voce imperfettibile proprio perché incommensurabile, per dirla con Khun.
Morpurgo di certo non ignorava il carattere iconoclasta dei suoi studi e diede una spiegazione ben precisa della paura e del conseguente rifiuto alla discussione sine ira et studio attorno all’astrologia e al libero arbitrio, formulando due concetti chiave del proprio pensiero che sono la misoginia (lo Zodiaco secondo la studiosa indica chiaramente lo sviluppo della società patriarcale a scapito di quella matriarcale) e la censura33 (contro la predestinazione e «a difesa dell’homo sapiens: teleologo, ideologo, intollerante, estraniato dalla natura, aggrappato alle proprie convinzioni, fiducioso nell’umanità e atterrito dalla morte»), i quali gettano nuova luce sul percorso storico che ha traghettato sulla «zattera tolemaica» sino ai giorni nostri.
È altrettanto ovvio come non sia questa la sede per un’esaustiva disamina delle teorie morpurghiane; quel che interessa è evidenziare alcune ipotesi di lavoro circa lo Zodiaco – sviluppate dalla studiosa nei primi tre momenti deweyani della sua indagine – che l’hanno portata ad effettuare una riqualificazione unica del problema astrologico, oltre che a teorizzare una vera e propria cosmogonia, come si evince dalle pagine finali della sua Introduzione all’astrologia:

«Ci auguriamo che l’influenza degli astri sia tradotta, a più o meno breve scadenza, in termini meno affascinanti per il profano ma assai più illuminanti per l’esperto. Quando saremo risaliti alle leggi che dettarono il codice zodiacale e le sue, per ora, enigmatiche schede perforate, scopriremo forse quanto già l’uomo segretamente sa e teme più di ogni altra cosa; e cioè che la divinazione, come tentativo di svelare un possibile futuro non esiste; poiché il futuro non è possibile, ma è; non si presta a divinazione, ma a conoscenza; e tale conoscenza era già implicita nel primo atto temporale della vita. Da quando una determinata sequenza di pianeti curvò con il moto delle sue orbite una determinata porzione dello spazio universale, quel che sarebbe poi accaduto non celava sorprese. Il prodigio è tale soltanto per chi non ne conosca le origini e il meccanismo. L’uomo ha sempre lottato tenacemente contro questa ipotesi, che pure nelle pieghe dell’animo suo riteneva certezza. A favore dell’astrologia, più che le prove empiriche raccolte, e la continuità di una tradizione, depone l’affanno di un terrore pronto a manifestarsi nei modi più impensati, e non tutti connessi con l’indefinito influsso degli astri. La diffidenza verso la macchina, il progresso, verso il cambiamento e tutto quanto lo provoca (invenzioni, esplorazioni e scoperte) è difesa istintiva contro quella successione temporale di eventi che porta alla morte; il tentativo di fermare il tempo nasce, non illogicamente, da un’illusoria speranza di eternità. E questa è una forma di opposizione passiva alla realtà planetaria. Esiste poi una forma di opposizione attiva, che consiste nel rifiutare il moto circolare sostituendolo con un inesistente moto ascensionale: anziché fermare il tempo, basta seguirlo con entusiasmo, fiduciosi nella perfettibilità umana, nell’umana adattabilità e nelle inesauribili risorse della Terra: ecco il mito del progresso, dell’instancabile marcia verso l’era del benessere [...].

Il moto circolare rifiuta di sostare sia pure per un attimo, e il simbolico cammino “a ritroso” delle costellazioni, l’unico moto in senso orario indicatoci dal codice, logora inesorabilmente, e sia pure su tempi lunghissimi, il tessuto stesso della vita e della morte, riportando tutto al punto di partenza. Il serpente che si morde la coda finisce col divorare se stesso.
Ora, noi non sappiamo se il messaggio zodiacale riguardi soltanto il destino dell’uomo e se, sparita la razza umana, la Terra continuerà a essere felicemente abitata da quanti gatti e coccodrilli e rinoceronti e delfini siano sfuggiti alla catastrofe. Non sappiamo nemmeno se il moto circolare indicato nello Zodiaco si arresti al principio e alla fine del sistema solare, o ne coinvolga altri; e se l’uomo, straniero sulla Terra, venga proiettato nello spazio a intervalli eonici per iniziare un nuovo ciclo su un analogo pianeta. Il mistero delle origini si dilata in dimensioni cosmiche e forse, il mito del paradiso terrestre ci accompagna da un esilio all’altro come il fantasticato ricordo di un’infanzia felice.34»

Ora, senza entrare nel merito di questioni squisitamente tecniche, vedremo alcune innovative ipotesi sviluppate da Morpurgo nella sua opera di ricostruzione quasi archeologica del reperto zodiacale, dalla postulazione di altri due pianeti oltre Plutone ad alcune fondamentali modifiche circa le posizioni esaltatorie e domiciliari dei pianeti nei segni zodiacali indicate in Tolomeo.
La studiosa infatti analizzando le indicazioni schematiche contenute nell’opera dello scienziato alessandrino si è resa conto di una serie di evidenti contraddizioni logiche all’interno, con la conseguenza di veder sparire il già scarso timore reverenziale che nutriva nei confronti di Tolomeo e dei suoi seguaci:

«Fu proprio l’assenza di logica nel corpus delle nozioni tolemaiche ad attirare la mia attenzione.35»

Anche Volli aveva notato le incongruenze nella sintassi tolemaica date dall’asimmetria dei tre repertori (dodici segni, dodici case e dieci pianeti, che fino al 1700 erano sette), ma non essendo stato «morso dalla tarantola della curiosità» aveva ritenuto la questione di secondaria importanza e anzi indice dell’indifferenza astrologica rispetto alla realtà: la disciplina aveva funzionato con sette pianeti e la scoperta di altri tre era stata accolta senza troppi drammi dagli astrologi. Per Volli dunque il reale sistema planetario è solo un pretesto, un ordinatore semantico.
Per Morpurgo invece, avendo lei stessa riscontrato le decisive coincidenze significative nell’applicazione delle asserzioni astrologiche tradizionali, il funzionamento del sistema sia con sette che con dieci pianeti era una delle prove provate della bontà del suo corpus teorico, i cui ingranaggi continuavano a scattare pur orrendamente mutilati; l’asimmetria tra repertori è quindi solo una di altre decisive incongruenze rilevate dalla studiosa che la porteranno a proporre la ristrutturazione dello Zodiaco secondo una ferrea logica geometrico-matematica. Sicuramente la postulazione dell’esistenza di altri due pianeti oltre Plutone, e il loro inserimento nel codice zodiacale, sono tra le innovazioni (scoperte, correggerebbe Morpurgo) che hanno fatto più scalpore tra gli stessi astrologi:

«Molti astronomi, hanno ipotizzato l’esistenza di un pianeta transplutoniano, e lo stanno cercando, mentre i sostenitori di ben due pianeti transplutoniani in campo scientifico sono pochissimi, e gli astrologi tolemaici, per quanto li riguarda, si accontenterebbero volentieri di non oltrepassare Saturno. Moltissimi di loro, infatti, non hanno ancora superato il trauma provocato dalla scoperta di Urano, Nettuno e Plutone e stentano ad afferrarne la simbologia, specie nell’interpretazione dei temi individuali. Fu invece l’esistenza di questi tre pianeti a darci la prima traccia di uno schema zodiacale squisitamente logico, in cui ai dodici segni dovevano corrispondere dodici corpi celesti (Sole, Luna e dieci pianeti). Da qui, un passo dopo l’altro, la ricostruzione affascinante di un sistema di informazioni – lo Zodiaco appunto – dove la legge del numero è di gran lunga più importante di qualsiasi accostamento astronomico. Sono personalmente convinta che questo sistema di informazioni finirà col riportarci sì all’astronomia, ma a un’astronomia ben diversa di quella che si pratica ora. Anzi, chi mi conosce sa quanto io sconsigli di studiare l’astronomia accanto all’astrologia perché ciò si conclude spesso con l’acquisizione di una mentalità limitativa, che impedisce di penetrare con spirito libero e aperto nelle complessità del messaggio.36»

«In tale messaggio, il numero dodici è una sorta di imperativo categorico, e fermarsi a Plutone senza fare altri due passi significa addirittura non avere occhi per vedere. Né altrimenti un architetto che si trovi di fronte alla facciata di una bella villa settecentesca in stato di abbandono, contando sei finestre alla destra del portone centrale e quattro a sinistra, si convincerà che le altre due sono state murate ma esistevano nella struttura originale.37»

L’asimmetria solo notata da Volli è quindi per Morpurgo uno stimolo per la ricostruzione critica di una grammatica astrologica, che ad un attento esame logico appare monca. Il passo successivo è costituito dalla ricerca del motivo per cui la base dello Zodiaco è duodecimale:

Troviamo innanzitutto due sequenze di dodici elementi ciascuna, la prima contrassegnata dai simboli delle costellazioni detti “segni”, la seconda contrassegnata dai simboli dei corpi celesti38 che chiameremo più semplicemente sequenza planetaria.

«Lo Zodiaco ci presenta la sequenza dei segni disposta in un cerchio, dove ogni segno occupa un segmento di trenta gradi.

Il cerchio zodiacale, come “segno grafico”, corrisponde simbolicamente a quella porzione della volta celeste dove si iscrivono i moti planetari visti da chi li osservi dalla Terra. A parte questa caratteristica, tuttora sostenibile quale puro elemento descrittivo, confermiamo subito il non-senso astronomico della sequenza delle costellazioni che, prese singolarmente, non corrispondono mai (per eccesso o per difetto) ai trenta gradi a esse assegnati e che, prese complessivamente, non corrispondono mai (salvo che per un breve periodo che si ripresenta ogni ventinovemilanovecentoventi anni) alla successione indicata via via dal primo al trecentosessantesimo grado.
Astronomicamente assurda è anche la seconda sequenza, non soltanto perché si presenta come geocentrica39, ma anche perché dà una posizione di preminenza (un unico domicilio, mentre gli altri pianeti ne hanno due, ndr) sia al Sole, che è una stella, sia alla Luna, che è un satellite. Il che sembrerebbe, in effetti, dettato da un’osservazione primitiva del cielo, dove la Luna e il Sole sembravano “più grandi” degli altri corpi celesti. Ma le obiezioni “razionali” all’astrologia, e le contro-obiezioni degli astrologi, riempiono ormai biblioteche intere e non ci interessano affatto.

Torniamo dunque all’analisi delle due sequenze. Che cosa hanno in comune? Il numero dodici.

E perché proprio il numero dodici?

Esiste naturalmente una risposta “razionale” anche a questa domanda: perché gli inventori dello Zodiaco usavano il sistema duodecimale. La risposta non ci convince e ci chiediamo nuovamente: perché?

L’uomo ha imparato a misurare e a far di conto servendosi della propria persona. II pollice, il piede, il braccio, il cubito son tutte unità di misura antropometriche. E il sistema decimale è nato dal fatto che, dopo aver contato su tutte le sue dieci dita, l’uomo posava accanto a sé una pietra che non rappresentava più l’unità, ma una decina.
Non c’è nulla nell’uomo, e in ciò che più direttamente lo circonda, che suggerisce il dodici. E nonostante certe strenue polemiche dell’ultima ora sostenute dagli anglosassoni, il sistema decimale è molto più semplice e più pratico del sistema duodecimale.
La teoria della “primitività” non può funzionare in due sensi opposti. Se gli autori dello Zodiaco erano davvero tanto “primitivi”, come mai scelsero un sistema così elaborato invece di contare rozzamente sulle dita?
Non è questo, poi, il solo quesito che ci lascia perplessi. Come mai la circonferenza zodiacale (e tutte le circonferenze, da quei tempi sino a oggi) è stata suddivisa in trecentosessanta gradi? Anche la spiegazione “razionale” già citata, e cioè l’adozione del sistema duodecimale, in questo caso non basta, perché un qualsiasi multiplo di dodici avrebbe fatto al caso, e i gradi della circonferenza potrebbero essere benissimo duecentoquaranta o quattrocentottanta. Ne hanno convenuto tutti i matematici da me interrogati al proposito (e che, sia detto per inciso, hanno anche ammesso con una certa sorpresa di non essersi mai posti il problema). L’unica osservazione possibile è che trecentosessanta corrisponde a dodici moltiplicato per trenta, e sembra che da questo calcolo, anziché dal rilievo astronomico di fantomatiche costellazioni, sia nata la giustezza dei segni zodiacali.
Cominciamo allora a sospettare che la successione di tali segni non abbia origini empiriche, ma sia sottesa da intendimenti diversi, collegati a ragioni matematiche (il sistema duodecimale) e geometriche (la suddivisione di una circonferenza).40»
Morpurgo pone l’accento sulla struttura numerica alla base dello Zodiaco più che sulla sua sovrastruttura semantico-divulgativa, riallacciandosi d’altronde alla prospettiva con cui de Santillana suggeriva di accostarsi ai grandi miti cosmogonici del passato41. La stessa struttura duodecimale dello Zodiaco, di cui Volli ha fatto solo un rapido accenno per la sua raffinatezza, per la studiosa è già in sé un problema per il suo carattere innaturale rispetto la fisicità umana (e allora la teoria della “primitività” zodiacale non sembra reggere); ancor più enigmatico risulta poi l’origine della convenzione matematica circa i gradi di una circonferenza, che sembrerebbe invece essere legata al percorso annuale apparente del Sole.
Volli non ha riscontrato la valenza delle asserzioni astrologiche oltre la probabilità statistica, quindi ha notato solo en passant l’asimmetria dei repertori zodiacali, sicuro dell’inconsistenza dell’ipotesi di corrispondenza.
Morpurgo invece ha il vantaggio psicologico della convinzione (non del credere, attenzione); ciò che per il semiologo era una semplice particolarità, per la studiosa è traccia di un codice. La «sintassi rigorosa» rilevata da Volli diventa all’esame approfondito di Morpurgo una grammatica incompleta, reperto di un alfabeto di cui ci sono giunte solo alcune frasi fatte (i segni): per il resto l’astrologia tradizionale balbetta.

Ovviamente le sue teorie non passano inosservate nel panorama astrologico dell’epoca:

«A questo punto dei miei studi cominciai a toccare con mano l’evidenza dell’integralismo fideistico tradizionale, che riteneva intangibile il nozionismo tolemaico e rifiutava, a costo di cadere in errori colossali, di confrontare tali nozioni con la realtà interpretativa sperimentabile. L’astrologo tradizionale, concluse le sue nozionistiche descrizioni teoriche, non si cura di analizzare perché certe petizioni di principio non corrispondono in molti casi alla realtà. La grande, grandissima differenza di tono tra le dichiarazioni programmatiche e la loro applicazione pratica fu un’altra delle cose che più mi colpirono nei sacri testi dell’astrologia. E attraverso una serie di considerazioni, giunsi via via a una constatazione apparentemente sbalorditiva: gli astrologi erano i principali interessati a che le affermazioni teoriche coincidessero solo in misura scarsa o minima con i controlli pratici, lasciando così ampio spazio alla fiducia nel caso e nel libero arbitrio.42»

Sembrerebbe che Morpurgo abbia “toccato con mano” la differenza deweyana tra una buona teoria e una cattiva pratica. Più tardi approfondiremo il punto di vista della studiosa circa l’importante questione del libero arbitrio.
Abbiamo detto che Morpurgo ha ricostruito lo schema esaltatorio dei pianeti secondo una ferrea logica matematica, postulando l’esistenza di altri due pianeti oltre Plutone, risolvendo così l’asimmetria tra il repertorio dei segni (dodici) e il repertorio dei pianeti (dieci).
Va ora chiarito che Morpurgo suffragava ogni sua ipotesi, frutto di speculazioni logiche, con riscontri empirici molto approfonditi, com’era nella sua natura di ricercatrice: luogo privilegiato di riflessione sul carattere umano era la letteratura di tutti i tempi, da Omero a Garcia Marquez; lungi dal chiamare in causa oroscopi di personaggi famosi, magari del passato, di cui è nota solo la vita pubblica e i cui dati anagrafici non sono mai certi, (metodo molto in voga nella letteratura astrologica) soleva sempre dire che «l’astrologia si fa con la figlia del portiere», di cui si conosce in prima persona la storia, oltre ad averne dati di nascita certi dalla madre, dall’ostetrica o dalla zia.
Nel Convitato di pietra43, in cui la studiosa ha riassunto la ricostruzione del codice zodiacale in modo estremamente lucido e razionale, vi sono decenni di appunti, ipotesi scartate, fitte corrispondenze e confronti con eminenti personalità sia della letteratura sia del mondo scientifico.

Ciò che Erich Fromm scrive di Freud si può senza meno traslare a Morpurgo:

«Se intendiamo per scientifico un metodo basato sulla fede nel potere della ragione libera in misura ottimale da pregiudizi soggettivi, sulla particolareggiata osservazione dei fatti, la formulazione di ipotesi, la revisione delle ipotesi in seguito alla scoperta di fatti nuovi, eccetera, allora è certo che Freud [Morpurgo] fosse uno scienziato.44»

È interessante sottolineare alcuni motivi per cui secondo Morpurgo lo zodiaco tolemaico si presenta, oltre che asimmetrico, anche contraddittorio, dai quali si evince ancora una volta la metodologia di tipo archeologico applicata dalla studiosa alla questione zodiacale:

«Lo zodiaco segnò subito un distacco netto dall’astronomia empirica, basata sulla semplice osservazione della volta celeste (qual è tuttora), assegnando a ogni corpo celeste tre posizioni “privilegiate” e fermamente ancorate a dieci gradi dello Zodiaco ciascuna. Tali posizioni ebbero il nome di domicili ed esaltazioni. [...] Fu senza dubbio il Numero, ossia un principio universale, a dettare la struttura zodiacale, e non viceversa. [...] I primi elementi del sistema sono proprio quelle aberranti posizioni privilegiate che gli astronomi tanto deridono: i domicili e le esaltazioni. Circa i domicili la tradizione fu sempre coerente mentre, per quanto riguarda le esaltazioni, si creò una pesante confusione cui sopravvissero solo tre indicazioni esatte [...].

La stragrande maggioranza degli astrologi continua a rispettare il verbo tolemaico nel tema delle esaltazioni, così come i filosofi medievali rispettavano l’ipse dixit aristotelico [...].A proposito della paradossale esaltazione di Mercurio in Vergine45, suppongo che il deterioramento della versione zodiacale originaria sia dovuto a un errore di copista, ripetuto poi all’infinito nel corso dei secoli e giunto fino a Tolomeo. In tempi antichissimi, quando lo Zodiaco era ancora completo e intatto, l’esaltazione di Mercurio era senza dubbio indicata correttamente dov’è, ossia nello Scorpione. Ma il simbolo dello Scorpione e il simbolo della Vergine sono molto simili e si confondono facilmente; a tutt’oggi, i pur attentissimi tipografi tedeschi a volte li scambiano tra loro, e ancor più plausibile è dunque un errore analogo compiuto da un ignoto scrivano, che con ogni probabilità copiava meccanicamente qualcosa di cui capiva ben poco.
Lo Zodiaco allora è un codice interpretativo della realtà, giunto a noi menomato e alterato dalla trascrizione degli ignari copisti.
Secondo Morpurgo ci fu un tempo, quello della Grecia dei sofisti, in cui tale codice era conosciuto nella sua completezza, anche se a livello esoterico:

«L’analisi dello Zodiaco [...] rivela che uno schema riassuntivo di tutto il sapere scientifico esisteva già molto tempo prima dei faticosi e stentati inizi di tale sapere. Le implicazioni sono enormi, e possiamo misurarne la gravità da due fatti: l’accanimento con cui l’uomo si sforzò di cancellare questo “mistero” dalla sua memoria, o di combatterne l’influenza, e il carattere, appunto, misterico, esoterico e iniziatico inevitabilmente legato a qualsiasi scuola di pensiero che di tale mistero tenesse conto.

Separate dapprima da una netta linea di demarcazione, cioè da un lato gli iniziati ai misteri, dall’altro gli ignari, che tuttavia accedevano con rispetto al poco che di tali misteri trapelava, le due tendenze seguirono poi due curve in direzione opposta. Via via che l’uomo arrivava con le sue forze a determinate conoscenze scientifiche (sebbene infinitamente inferiori a quelle iniziatiche), si rafforzava in lui la resistenza al “mistero” o presunto tale; mentre, d’altra parte, gli iniziati giungevano probabilmente (ma su questo punto è soltanto lecito avanzare delle ipotesi) a una convinzione che non possiamo non condividere a tutt’oggi, e cioè che la chiave zodiacale conduceva verso la visione di un “programma” inesorabile, dove l’uomo rappresentava né più né meno che un casuale elemento. In altre parole, accettare lo Zodiaco come strumento di conoscenza significava ammettere implicitamente l’inutilità di tale conoscenza, almeno sul piano operativo.
Ignoriamo che cosa sapessero veramente i detentori del mistero, se cioè si limitassero a ricevere e a trasmettere ad altri una serie di dati matematici e simbolici, o se ne afferrassero in buona parte il significato scientifico; probabilmente, dal più umile dei neofiti a Pitagora, la conoscenza o l’intuizione della verità si manifestarono ai più diversi livelli. Le nozioni misteriche derivavano senza dubbio da un’elaborazione intelligentissima di dati essenziali sulla formazione del sistema solare e sulle forze che avrebbero presieduto all’origine e allo sviluppo della vita sulla terra, dal principio alla fine. Non sappiamo in quale forma si presentasse tale elaborazione di dati, se cioè avesse un carattere rigorosamente e aridamente scientifico oppure, come è molto più probabile, tenesse già conto, nella sua straordinaria genialità, del livello mentale e culturale di chi dovesse inizialmente servirsene, e dunque accompagnasse i dati matematici, fisici e astronomici con una simbologia atta a favorirne la comprensione.
Non sappiamo nemmeno fino a che punto gli iniziati avessero decifrato il messaggio celato nei simboli e nelle favole, se l’immensa cautela nel divulgarne i risultati nascesse da una chiara coscienza della loro pericolosità, o rispettasse un ordine implicito nel messaggio stesso. È praticamente certo, ma non dimostrabile, che Pitagora arrivò molto lontano, e in ogni caso tutti i detentori del segreto ritennero che soltanto pochi e collaudati eletti potessero avere accesso alla verità, probabilmente per due ragioni: la prima, il timore che gli elementi del sublime sapere potessero essere contaminati o fanaticamente distrutti da chi non ne reggesse il peso; e la seconda, che la verità, una volta divulgata, avesse un effetto annichilente e paralizzante sull’attività umana, il che è a tutt’oggi probabile. In pratica, la conoscenza della verità iniziatica lasciava, e lascia, all’uomo una sola possibilità nei confronti della vita, e cioè quella di un atteggiamento distaccato, ironico, corredato da un’intelligenza curiosa e da un’incondizionata tolleranza. Tutte le virtù, insomma, che l’uomo possiede in grado minore, o che non possiede affatto.
Possiamo supporre con un ragionevole margine di certezza che vi fu, storicamente, almeno un tentativo di portare in piazza una predicazione tale da predisporre, semmai fosse stato possibile, l’animo umano all’accettazione della verità e a un comportamento che ne tenesse serenamente conto: alludiamo all’attività e all’insegnamento dei sofisti. In quel momento l’umanità fu posta davanti alla scelta più importante di tutta la storia del suo pensiero, sebbene sia ovviamente improprio parlare di scelta. Scelse Socrate e Platone, com’era inevitabile. Di quella disputa famosa vorremmo ricordare soltanto certe caratteristiche, puntualmente legate a ogni discussione che tocchi sia pur da lontano argomenti analoghi, e cioè la violenza polemica della parte vincente che si valse di ogni mezzo per distruggere, più che per controbattere, l’avversario, senza esclusione di colpi, dalla diffamazione al dileggio. Tale violenza, mista a un’irritazione che affiora chiaramente dalle pagine dei Dialoghi, è una delle prime manifestazioni palesi della censura operata dalla ragione umana sul “segreto” zodiacale, o iniziatico. E non dimentichiamo che Platone stesso, nel Teeteto, chiama i sofisti «i grandi iniziati».
Da quel momento la scissione fra conoscenza iniziatica e non iniziatica diventa sempre più netta, mentre ciascuna delle due correnti subisce una particolare evoluzione. Il progredire delle conoscenze umane continua a favorire un atteggiamento critico e soprattutto scettico verso le conoscenze iniziatiche, difficilmente comprensibili perché a un livello scientifico che l’uomo avrebbe raggiunto, e soltanto in parte, dopo più di duemila anni (e il diffondersi dello scetticismo limita senza dubbio, quantitativamente e qualitativamente, le nuove leve degli iniziati). D’altra parte, sebbene il velo del silenzio e la quasi totale mancanza di documenti ci permettano soltanto congetture, una crisi inizia anche in seno alle società iniziatiche. Il “segreto” cioè la visione di un meccanismo che coinvolge tutto, inesorabilmente, è una duplice fonte di serenità distaccata (i sofisti) o di angoscia (Lucrezio); comincia così a delinearsi non soltanto l’impossibilità, ma anche l’inopportunità di diffondere tale conoscenza. Ogni vero iniziato, inoltre, è inevitabilmente rassegnato all’inevitabile. Non stupisce dunque l’affievolirsi delle società misteriche, mentre prolifera e si dilata la grande panacea contro il terrore del meccanismo e della morte: il culto dell’uomo, la sublimazione narcisistica dell’impotenza.
Con Tolomeo (e il Tetràbiblos è la summa di un compromesso) les jeux sont faits, l’astrologia diventa strumento di divinazione anziché di conoscenza, e già argomento di certe polemiche da basse cour che durano tuttora. Anche gli astrologi, dopo tutto, appartengono a quell’umanità che, prigioniera del moto circolare, condannata dalla precessione degli equinozi, si aggrappa alla negazione dell’evidenza per sopravvivere. Già Talete, prevedendo esattamente una sequenza di annate buone o grame per gli oliveti, si era arricchito con un’operazione di strozzinaggio sui frantoi. Un esempio da non trascurare. Le mezze verità si vendono bene: a chi non vuol sentir parlare della programmazione del sistema solare, dell’accelerazione dei moti e dei tempi, diremo che Giove quest’anno gli è propizio. È più facile assecondare una paranoia che contrastarla. E anche questo era scritto.
Nel Medioevo, il sublime sapere passa dal mistero alla resistenza clandestina, con tutti gli inconvenienti (reazioni sado-masochistiche comprese) che ciò comporta, le pratiche iniziatiche si ammantano non soltanto di segreto, ma di colpa, il serpente orfico si trasforma in demonio e il processo, come tutti sanno, porterà molto lontano. Dobbiamo tuttavia immensa gratitudine a chi tra difficoltà intime e pubbliche, costretto alla cautela e all’istrionismo, tenne vivo il poco che ancora rimaneva del gioco zodiacale. Anche se il mazzo di carte era stato tagliato tante volte che nessuno sapeva più dove si trovassero esattamente l’asso di cuori o la regina di picche. Il metodo divinatorio d’altronde, sebbene imperfetto come principio direttivo, non era affatto inutile come strumento, ed è a tutt’oggi l’unico che ci rimane. Per ricostruire l’intera rete di canali di informazione zodiacali si può infatti partire anche dal basso, seguendo attentamente le direzioni secondo le quali si accumulano determinate categorie di dati.46»
Proprio a proposito del metodo divinatorio, più che concentrarsi sulla previsione come congettura di ciò che potrà essere o è stato, per Morpurgo le coincidenze significative si devono cercare soprattutto con ciò che già si conosce: lungi dall’essere bandito dal serio studio, il tanto disprezzato senno di poi consente lo sviluppo della teoria astrologica in misura maggiore della previsione tout court. Al posto delle vituperevoli estensioni semantiche ad infinitum dei simboli astrologici – funzionali alla retorica più che alla logica dei pianeti – di questi Morpurgo ne ha invece proposto una riduzione in semplici e chiari concetti chiave reciprocamente escludentisi e in rigoroso accordo con la dialettica interna dello Zodiaco (le opposizioni paradigmatiche di Volli). Indi per cui il metodo morpurghiano di analisi astrologica risulta molto meno vago e «morbido» rispetto a quello tradizionale ben stigmatizzato da Volli:

«Qual è la differenza tra l’astrologia che noi stiamo portando avanti e quella praticata da chi ritiene intoccabile la tradizione?

Possiamo rispondere subito che la differenza che corre tra l’applicazione ragionata di una metodologia e l’uso non ragionato di una tecnica [...]. La mia attenzione è stata sempre appuntata sul dettaglio. Le sovrastrutture sociali, culturali, ambientali e le grandi possibilità di camuffamento del linguaggio possono creare confusione nell’analisi di due soggetti nati, poniamo, nello stesso giorno e alla stessa ora ma che rivelano differenze notevoli. Ma se si scopre che entrambi detestano le acciughe oppure che tra gli articoli di abbigliamento prediligono le scarpe, questa è la prova che l’astrologia funziona.47 E questo è anche il modo di far funzionare l’astrologia. Potrei dire, e è un amico fisico a avermelo suggerito, che fissandomi appunto sui dettagli imparai a distinguere, nell’amalgama confuso dell’astrologia tradizionale, i segnali dal rumore. Posti all’ascolto di una fonte emittente, per esempio gli impulsi elettromagnetici che giungono dallo spazio, i fisici si preoccupano innanzi tutto di individuare il minimo indizio di regolarità, per esempio una regolarità di frequenza o di durata. Allora, secondo una terminologia tecnica, fanno alzare il segnale, ossia isolano quel particolare impulso dal rumore che lo circonda e verificano se la regolarità cessa, e in questo caso il fenomeno fu casuale, oppure se prosegue, e in questo caso sanno di trovarsi di fronte a un segnale vero. Per compiere un’operazione analoga in campo astrologico io avevo, nei confronti degli astrologi tradizionalisti, un immenso vantaggio: ero ormai certa che lo Zodiaco fosse una rete di informazioni scientifiche e non il risibile relitto di un’astronomia arcaica che non poteva offrire difese logiche agli attacchi della scienza moderna. Lo Zodiaco nella sua purezza offre soltanto segnali e furono le inevitabili storture, deformazioni e errate interpretazioni accumulatesi nei secoli a soffocare i segnali sotto una nube di rumore. Senza tuttavia spegnerle del tutto poiché la quantità di informazioni offerte dallo Zodiaco è tale che molte di esse continuarono a pulsare segnaleticamente dietro uno schermo di nebbie. Alla densità di tali nebbie collaboravano non soltanto gli errori tolemaici, ma anche la faciloneria e l’approssimazione con cui si catalogava il comportamento umano accostandolo a certi simboli astrologici. »

«Scopo della ricerca astrologica infatti è la decifrazione del codice zodiacale:

Il mio approccio seguì, per ovvie necessità programmatiche, il cammino inverso rispetto a quello degli astrologi tradizionali. Mi dilettai sì ad analizzare i temi natali di amici e parenti, ma ignorando le previsioni e approfondendo invece i dati caratteriali e certe piccole manie o idiosincrasie che si rivelavano via via estremamente illuminanti. Mentre le conferme si accumulavano sempre più numerose e la mia capacità di “indovinare”, secondo un brutto modo di esprimersi degli amici suddetti, si perfezionavano di continuo, il mio vero interesse si concentrava sulle ragioni che potevano giustificare risultati così sconcertanti e giudicati inaccettabili dalla scienza e dalle opinioni correnti.48»
Morpurgo da seria studiosa qual è, non si limita solo a captare il dettaglio significativo, bensì si preoccupa di inserirlo in un sistema di asserzioni interrelate, conformemente alla caratteristica di continuità cumulativa dell’indagine deweyana: La bontà di una regola di lettura, fissata da noi stessi a titolo di prova, viene confermata non soltanto dal fatto che i dati raccolti seguendo tale regola si accumulino in modo logico, ma anche, e di più, dal fatto che una seconda regola di lettura possa sovrapporsi alla prima consentendo di raccogliere altri dati non in contraddizione con i precedenti; e la conclusione dell’operazione potrebbe essere lo spiraglio aperto verso una nuova via di ricerca; un passo avanti, insomma, nella decifrazione.49

Di nuovo possiamo traslare a Morpurgo le parole di Fromm a proposito del metodo d’indagine freudiano:

«Un altro importante risvolto del pensiero di Freud [Morpurgo] è che egli vede il proprio oggetto di studio quale un sistema o struttura, e che e offre uno dei primi esempi di teoria sistematica. A suo giudizio, non un singolo elemento di una personalità [dello Zodiaco] può essere capito se non si capisce l’insieme, né un singolo elemento può essere cambiato senza comportare altri cambiamenti, sia pure minimi, in altri elementi del sistema.50»

Zodiaco e libero arbitrio

L’influenza planetaria è riscontrabile nei dettagli inconsci – liberi dal filtro della maschera personale che camuffa l’indole – e di conseguenza più facili all’analisi. «Dio è nei dettagli» diceva Flaubert. Proprio la meccanica del funzionamento astrologico, o meglio la nostra ignoranza a riguardo, non è questione tralasciata da Morpurgo:

«Per mia fortuna non mi lasciai distrarre dai pregiudizi o dal dileggio, e formulai subito l’ipotesi che lo Zodiaco celasse leggi scientifiche ancora ignote agli scienziati contemporanei; ma per giungere alla loro identificazione bisognava spolverare, ripulire e ricostruire nel suo schema originario quel prodigioso reperto che mi trovavo davanti agli occhi [...]. Mi è capitato spesso di sentirmi porre da parte di lettori colti, attenti e agguerriti dei miei libri (e per lo più non astrologi) la seguente obiezione: «Tu dici molte bellissime cose, ma non spieghi affatto cos’è l’influenza degli astri». La mia risposta è molto semplice: non la spiego perché non so ancora come spiegarla. Il che non significa che la suddetta influenza non esista, come frettolosamente vorrebbero concludere i soliti pseudorazionalisti.
Chiarirò il concetto con un esempio: milioni di persone sono morte e continuano a morire di tumore, malattia terribile sui cui processi nessuno ha dubbi. Eppure i medici non sanno ancora che cosa lo provochi. Ma negare l’esistenza del tumore solo perché se ne ignorano le cause sarebbe un’assurdità così idiota da suscitare certamente scandalo in tutto il mondo.
Attualmente, le più avanzate ricerche astrologiche sono più o meno a questo punto, in una posizione di lento e appassionato avanzare verso chiarimenti che si accumulano via via e già indicano un tracciato, ipotetico certo, ma assai più convincente di quante altre ipotesi siano state formulate in altri tempi. Possiamo dire per esempio, almeno per quanto riguarda la mia scuola, che le “influenze” planetarie non sono legate alla distanza dei pianeti dalla Terra, alla loro massa e alla loro composizione chimica, e insomma a tutti quei fattori che gli astronomi si accaniscono a descrivere per dimostrare la follia degli astrologi.
O meglio, tali fattori andrebbero rivisti in futuro in una ben altra prospettiva, in una prospettiva interdisciplinare dove l’astronomia sarà costretta a collaborare con la biologia. La simbologia zodiacale, infatti, sembra indicare che le posizioni planetarie agiscono sul corpo e sulla mente umana perché ciascun pianeta presiede a una serie di funzioni non in modo astratto o “magico”, ma in modo logico e diretto, ossia in quanto tali funzioni furono già espletate a livello cosmico per provvedere alla costituzione di quel corpo vivente che è un sistema planetario, e di cui la nostra esistenza è un’estrema riproduzione miniaturizzata, tuttora legata alla sua matrice originaria da invisibili fili che sarebbero, appunto, “le influenze planetarie”.51»

«La mancanza di una spiegazione tecnica del condizionamento planetario, insieme al dogma occidentale del libero arbitrio, è uno dei principali motivi che spingono molti al rifiuto dell’astrologia, pur avendone saggiato la significatività cognitiva, con la triste conseguenza di relegare l’astrologia nell’ambito del mentale o del magico:
Le “scuole di pensiero” (chiamiamole così) attualmente più diffuse sia tra gli astrologi sia tra i consultanti sono di due tipi: il primo, minoritario, insegue la chimera della divinazione perfetta e della certezza assoluta di quanto accadrà. In linea teorica, dopo 1’identificazione astronomica dei due ultimi pianeti transplutoniani e con l’aiuto di un sofisticatissimo software ad hoc, non è escluso che vi ci si possa avvicinare, ma, come già scrissi, ciò ci consentirebbe solo la contemplazione di una catena di eventi che ciascuno vorrebbe sistemare a modo suo, seguendo l’esempio di Laio e con gli stessi risultati.
La seconda “scuola di pensiero” sostiene che l’astrologia può dire molte cose ma non tutte e lascia un margine (più o meno largo a seconda del temperamento dell’interprete) alla zona dell’imponderabile dove i giochi planetari non contano più nulla. I seguaci di tale teoria, pur dichiarandosi astrologi, hanno indubbiamente eseguito un’operazione censoria contro l’astrologia stessa, di cui hanno una paura terribile. Non osano rinnegarla, ma la esorcizzano riducendola a livelli di divinazione spicciola, possibilistica e vaga. Tra le loro file emergono e prosperano coloro che hanno dilatato il concetto di esorcismo trasferendolo dai loro problemi segreti ai problemi palesi dei consultanti, cui consigliano il sistema migliore per evitare che un transito negativo di Urano colpisca l’amante o il conto in banca. Nei casi estremi si arriva all’operazione paramagica del “compleanno all’estero” dettato dalla rivoluzione solare52.
Esiste poi una categoria di persone, poco numerosa a dire il vero, che dopo essersi avvicinata con entusiasmo all’astrologia non ne ha retto il peso ed è retrocessa (con un processo analogo a quello dell’analfabetismo di ritorno) a una visione “umanistica” (così dice) dello Zodiaco analizzato come struttura di simboli misteriosamente fioriti sull’humus dell’inconscio collettivo. Costoro, che a volte hanno una laurea in psicologia, o fingono di averla, o pensano di ottenerla col tempo, ritengono di aver compiuto un’operazione nobile nei confronti dell’astrologia perché le hanno scavato una nicchia di rispettabilità rinnegando tutti i valori autentici dello Zodiaco, tutte le sue sconvolgenti possibilità interpretative e previsionali, e l’hanno ridotto a un argomento un po’ nebuloso di cui però si può discutere alle cene del Rotary o in televisione senza suscitare commenti ironici e senza che il proprio status sociale sia compromesso da indebiti accostamenti col mondo delle cartomanti. I moventi principali di questo comportamento sono la solita, anche se occultata, paura dell’astrologia, una probabile incapacità tecnica che blocca gli studi agli inizi e l’indubbio terrore di perdere la faccia negli ambienti pseudoculturali.53»
La studiosa però, consapevole che «la parola 'magico' non ha alcun corrispettivo con la realtà», cerca strenuamente di impostare lo studio dell’astrologia in termini razionali, svincolandola dall’astronomia che l’ha condotta in un vicolo cieco, per accostarla alla biologia in una prospettiva nuova con cui interpretare l’atavica questione dell’influsso planetario.

Ecco quanto scrive Morpurgo circa il linguaggio dell’astrologia e i suoi problematici rapporti con la scienza accademica:

«Lo Zodiaco si esprime con una serie di simboli che corrispondono al Sole, alla Luna, ai pianeti e a una serie di costellazioni, e si presentano apparentemente quali strumenti per lo studio dell’astronomia, così come le lettere dell’alfabeto si presentano come strumenti per l’uso della scrittura.
Mentre le lettere dell’alfabeto, tuttavia, si adattano alle esigenze della lingua che se ne serve, i simboli zodiacali non si adattano più alle esigenze dell’astronomia moderna che ha superato e distrutto la visione geocentrica dell’astronomia primitiva e considera lo Zodiaco un relitto di modesta importanza storica.
Sebbene i simboli planetari, intesi come puri segni grafici, siano tuttora usati dagli astronomi, costoro rifiutano la struttura in cui lo Zodiaco li aveva inseriti. In altre parole, continuano a servirsi di un alfabeto pur rinnegando il linguaggio che gli ha dato origine[...]. Ma allora, di che linguaggio si tratta? Chiunque si dedichi all’astrologia sa che questa disciplina fornisce un numero di risposte esatte, in percentuale ben maggiore a quella consentita da un semplice gioco di coincidenze. Ma ben pochi se ne sono chiesti il perché.
Ora, l’unico sistema per condurre una battaglia efficace in favore dell’astrologia, e l’unico modo per praticarla sempre meglio, consiste nel porsi una serie incessante di perché, sviscerando tutte le ragioni che possono giustificare questo nostro maneggiare segni e pianeti.
L’astrologia funziona, a dispetto dell’astronomia e al di fuori di qualsiasi fumismo spiritualistico, magico o esoterico, perché si serve di uno strumento chiamato Zodiaco. Dobbiamo dunque costringerci a scoprire quali fili segreti siano collegati ai bottoni che premiamo automaticamente da secoli. Se l’espressione “Saturno in caduta” ha per noi un significato che riusciamo a esprimere, per esempio, in termini caratteriali o psicologici, occorre giustificare e chiarire quale operazione ci consenta dì tradurre un simbolo apparentemente estraneo alla realtà con dati che sono invece, più spesso di quanto si creda, connessi con una realtà concreta. Se io dico che Mercurio è signore dei Gemelli e che Plutone è signore dello Scorpione o, meglio ancora, che il Giove natale del signor A «è simbolicamente signore della casa ottava in Sagittario», qualsiasi astrologo capirà perfettamente quel che intendo.
Proviamo però a ripetere le stesse frasi, non dico a un profano che potrebbe rimanere soltanto sconcertato, ma a un astronomo per il quale Giove e Plutone sono oggetti di studio ben conosciuti. La sua reazione sarà, inevitabilmente, quella che tutti conosciamo: l’infastidito diniego di affermazioni demenziali, il rifiuto categorico a prendere in considerazione un linguaggio da mentecatti.
Il fatto grave è che astronomi e astrologi hanno ragione tutti e due. La frattura che si è creata tra loro, e la cui assurdità risulterà evidente solo in un prossimo futuro, si può spiegare con un esempio, a mo’ di parabola. Se un automobilista riuscisse a penetrare in un villaggio amazzonico dove di automobili non se ne sono viste mai, il veicolo apparirebbe senza dubbio magico, non tanto per il suo aspetto, quanto perché agli aborigeni sfuggirebbe il rapporto tra causa ed effetto che ne scatena il funzionamento. Essi infatti possono vedere soltanto alcuni piccoli gesti compiuti dall’uomo bianco: due dita che girano la chiavetta dell’accensione, un piede che pigia un pedale, e subito l’auto si mette in moto. Ah, miracolo! L’uomo bianco, che conosce tutti i misteri del motore e degli idrocarburi, se ne ride del miracolo e lo sfrutta a suo vantaggio. La nostra ingloriosa storia coloniale è colma di episodi di questo genere.
Supponiamo ora che gli aborigeni, ammaestrati da durissime esperienze, non credano più ai miracoli e diffidino dell’uomo bianco. Tanto che, se l’automobile da noi citata si presentasse ai loro occhi, negherebbero non soltanto il suo misterioso funzionamento, ma addirittura la sua esistenza.
Ed ecco la traduzione della parabola: l’automobile è lo Zodiaco; gli scienziati (e vogliano perdonarmi l’irriverenza) sono gli aborigeni che rifiutano a priori un miracolo perché non riescono a cogliere un rapporto tra causa ed effetto; e l’astrologo è l’uomo bianco che si sforza invano di compiere evoluzioni con la sua automobile sotto gli occhi di chi rifiuta di vederlo.
A conclusione della parabola, tuttavia, dobbiamo ammettere che anche l’uomo bianco ha perduto la cognizione del rapporto tra causa ed effetto, non sa più nulla di spinterogeni e di idrocarburi e ha dimenticato persino l’esistenza del motore. L’astrologo moderno, insomma, sa soltanto che compiendo due o tre piccoli gesti otterrà risultati che stupiscono lui stesso e, sia pure a denti stretti, è costretto a parlare di miracolo in un mondo che di miracoli non ne vuole più sapere.
La cosa più straordinaria, in tutto questo pasticcio, è che il miracolo non esiste. L’automobile-Zodiaco non è un fantasma da cancellare con la ragione, ma c’è davvero ed è munita di un motore che riesce ancora a funzionare nonostante secoli di non manutenzione. Un motore eccezionale, dunque, e val la pena di aprire il cofano e di dargli un’occhiata. Perché forse, recuperando la cognizione dei suoi meccanismi, riusciremo anche a farci ascoltare dagli aborigeni diffidenti.54»

Morpurgo ipotizza quindi una possibile ricomparsa dell’astrologia in ambito scientifico, accostata alle scoperte contemporanee della biologia:

«È mia opinione che usiamo uno strumento con tanta più sicurezza, quanto più siamo convinti della sua validità. Dovrebbe essere confortante per gli astrologi il sapere che la posizione dei pianeti in un tema natale consente d’interpretare il tessuto di una singola vita umana proprio perché le posizioni basilari dei pianeti nella struttura zodiacale si ricollegano allo schema delle origini e dello sviluppo della vita in generale. Finché l’astronomia rimaneva l’unica scienza cui si pensasse di agganciare l’astrologia, si poteva parlare nebulosamente di “influenza degli astri” senza riuscire a giustificarla in termini accettabili. Ma non appena tendiamo la mano verso la biologia, ecco che molte nubi cominciano a dileguarsi all’orizzonte. Non tutte, certo, e le resistenze a compiere questo passo verso una direzione inconsueta possono essere molte. Lo sforzo necessario per superarle fa parte di una vera e propria iniziazione che permetterà la lettura del messaggio zodiacale.
Per esempio, quando diciamo (come gli astrologi dicono da secoli e secoli) che il Sole corrisponde al padre, all’uomo, e la Luna corrisponde alla madre, alla donna, il collegamento tra la figura del padre e della madre e la configurazione astronomica della stella Sole e del satellite Luna può avvenire, ormai, solo grazie a un atto di fede esoterica, di cui gli astrologi sono gli unici adepti. E la frattura fra i due linguaggi, quello che dice «il Sole è il padre» e quello che dice «il Sole è una stella», ha raggiunto proporzioni tali da relegare gli astrologi in un ghetto.
Se diciamo, invece, «il Sole e la Luna sono due simboli inseriti in una struttura che sembra indicarci come la riproduzione della vita avvenga all’interno di un moto levogiro», il nostro modo di esprimerci non suonerà più tanto assurdo. Anzi, un biologo sufficientemente curioso e intelligente potrebbe forse tentare di seguire il nostro ragionamento, specie se gli dicessimo che i simboli zodiacali dei pianeti non rappresentano affatto i pianeti, ma qualcos’altro che ci prepariamo a scoprire.
Tale ipotesi, d’altro canto, solleverebbe il furore degli astrologi, e possiamo rassicurarli solo con la promessa di dimostrare, alla fine, che i pianeti sono i pianeti e anche qualcos’altro. La complessità della simbologia zodiacale inizia dal cosmo prima di arrivare all’uomo.55»

Importantissimo quest’ultimo capoverso e vero spartiacque con la concezione astrologica tradizionale: riprendendo i termini dell’antico dilemma, gli astri non condurrebbero a cause bensì a segni, più che della Provvidenza di una cosmobiologia tutta da scoprire.
Non passa poi inosservata allo sguardo critico della studiosa l’apparente povertà dei simboli zodiacali. Al di là di ogni concezione magica, il linguaggio analogico dell’astrologia suggerisce precisi parallelismi e concatenazioni:

«Perché lo Zodiaco ci offre soltanto il Sole per rappresentare contemporaneamente il padre, l’uomo, la parte virile di noi stessi e la parte destra del nostro corpo, e la Luna per rappresentare contemporaneamente la madre, la donna, la parte femminile di noi stessi e la parte sinistra del nostro corpo? Non certo per un’esiguità di mezzi legata a una visione primitiva e limitata del reale; ma, al contrario, perché l’accumularsi di significati su un solo elemento mette in risalto il concatenamento segreto di una quantità di funzioni. Così, la struttura a specchio del nostro corpo (parte destra, parte sinistra) si riflette nella struttura a specchio della nostra psiche (parte virile, parte femminile), su cui influiscono a loro volta la personalità e il comportamento dei genitori, che si traducono infine nel comportamento del singolo verso l’uomo o la donna. E assai probabile che i due emisferi cerebrali siano strettamente coinvolti in tale processo e sul tutto sembra planare un inesorabile fatto genetico, per cui l’unità speculare di un essere umano nasce dall’unione delle due metà a specchio dell’umanità (l’uomo e la donna). Condensando un agglomerato di simboli attorno al Sole e alla Luna, lo Zodiaco sembra volerci indicare la rigorosa concatenazione di fenomeni che di solito consideriamo separati l’uno dall’altro, e senza alcun rapporto tra loro.
Come dire che ci riproduciamo in un certo modo perché la struttura del nostro corpo si compone di due metà speculari; e viceversa che la struttura del nostro corpo si compone di due metà speculari perché la nostra generazione è avvenuta in un certo modo.56»

Il richiamo alla biologia e specialmente alla sociobiologia è costante in tutto il pensiero di Morpurgo: i suoi studi sono arrivati a proporre la lettura dell’elica del DNA secondo lo schema zodiacale57.

L’aver dovuto tenere solo sulle proprie spalle il peso delle intuizioni ha rappresentato però un grosso ostacolo a un’ulteriore elaborazione, per cui tante ipotesi, proposte dalla studiosa, non hanno potuto essere sviluppate adeguatamente; l’accostamento alle scienze biologiche le ha però consentito di elaborare una vera e propria teoria critica, un pensiero forte e pervasivo circa la vita sulla terra, cui è stato possibile in questa sede solo accennare. Ad un primo raffronto tra gli studi di Volli e quelli di Morpurgo, ambedue partiti dalla constatazione delle stesse condizioni antecedenti all’indagine – la straordinaria pervicacia astrologica nei millenni – le loro indagini prendono subito direzioni diverse: cambia infatti la posizione del problema in seguito ad una differente lettura dei dati. Per il nostro semiologo la situazione problematica circa l’astrologia si rivela come un problema attorno a una credenza, benché estremamente particolare, e la sua determinazione-soluzione sarà di considerare l’astrologia come una straordinaria macchina linguistica. Per la studiosa invece la situazione problematica si impone immediatamente come un problema attorno a una conoscenza, e la sua determinazione-soluzione sarà incentrata nella considerazione dello Zodiaco come reperto archeologico di un codice crittografato per l’interpretazione della realtà fisica e individuale.
Entrambi hanno rilevato nelle contraddizioni della tradizione astrologica una certa coerenza, esclusivamente semantica l’uno, anche interpretativa l’altra; entrambi hanno imputato quindi la struttura portante del sistema allo «zodiaco di grado zero» come lo chiama Volli o al «relitto tolemaico» come lo definisce Morpurgo. I due studiosi hanno notato l’assenza di curiosità scientifica da parte degli astrologi circa l’aspetto teorico alla base di una tecnica che essi stessi utilizzavano pressoché esclusivamente per la previsione del futuro, ovvero per ciò che richiede il mercato sempre fiorente della predizione. Le somiglianze però si interrompono qui: la divergenza tra i due infatti origina dalle coincidenze significative riscontrabili nell’applicazione della tradizionale caratterologia astrologica.
Per Volli ogni individuo si può facilmente identificare in ogni segno, e spesso la descrizione di questi nei manuali astrologici è vaga e elastica in modo da favorire il processo di identificazione senza timore di smentite. Indi per cui egli deduce che, lungi dall’avere un riscontro esistenziale, le asserzioni astrologiche si verificano esclusivamente nel mentale.
Anche secondo la nostra studiosa le varie descrizioni tradizionali dei segni zodiacali sono sfumate e tra loro spesso contraddittorie; tuttavia è possibile riscontrare nel corso di duemila anni una notevole costanza semantica dei dodici simboli, d’altronde sottolineata anche da Volli. Certamente alcuni astrologi hanno modificato arbitrariamente le simbologie, ma all’interno di ogni segno è rimasto il nocciolo semantico che ha consentito alla caratterologia astrologica di sopravvivere, pur con varie aggiunte e omissioni, sino ai giorni nostri. Diversamente da Volli però, Morpurgo ha riscontrato le decisive coincidenze significative che hanno impresso una direzione diversa ai suoi studi: al nostro semiologo infatti sono mancate, come guida nel buio della tradizione astrologica, le luci segnaletiche delle analogie segno solare-carattere.

Sintetizziamo dunque i punti più importanti dell’approccio morpurghiano all’astrologia.

– Nell’impostazione di Lisa Morpurgo, lo studio dell’astrologia si presenta come una ricerca da effettuare con metodologia archeologica: lo Zodiaco è il reperto di un codice interpretativo della realtà.

– La studiosa si è imbattuta con l’astrologia casualmente, in età matura: nonostante partisse da posizioni di totale scetticismo nei confronti della disciplina, subito ella constatò le decisive coincidenze significative tra descrizione dei segni solari e caratteri di persone di sua conoscenza che diedero inizio al suo interesse sull’argomento.

– Morpurgo ha inquadrato la bibliografia astrologica tradizionale come un «guazzabuglio di incompetenza, di ignoranza e di faciloneria, costruito attorno a un nocciolo di nozioni fideistiche e sconnesse»; si è quindi concentrata nell’esame della Tetràbiblos, compiendo ampi distinguo di carattere storico-critico sia all’interno dell’opera tolemaica che sulla sua prassi: la differenza tra astrologia e astrologi è fondamentale nei suoi studi.

– La pratica astrologica tradizionale è infatti ritenuta un ostacolo alla comprensione dello Zodiaco e rivelatrice della paura che l’astrologia incute all’uomo: il timore della “predestinazione” getta luce sul particolare percorso storico della disciplina degli ultimi duemila anni, costantemente a cavallo tra scienza e credenza o meglio, tra una versione forte e una versione debole del condizionamento planetario.

– L’aspetto previsionale è quindi visto dalla studiosa come una tra le peculiarità dell’astrologia ma non la più importante; precisamente esso è inteso come momento di verifica delle ipotesi e non fine a sé, come invece è stato nella prassi storica della disciplina.

– Lisa Morpurgo, attraverso la ricostruzione logica del codice zodiacale, ha postulato l’esistenza di altri due pianeti oltre Plutone, risolvendo così l’asimmetria nello Zodiaco tra pianeti e segni, e ricostruendo lo schema delle esaltazioni planetarie secondo una ferrea logica matematica.

– Analizzando la particolare importanza del numero dodici nello Zodiaco, ne ha evidenziato la rigorosa costruzione duodecimale, e da questa ha derivato la sintassi astrologica, basata sulla dialettica tra pianeti domiciliati nei vari segni; come anche intravisto da Volli, la struttura duodecimale dello Zodiaco non risulta così semplicistica come spesso si pensa, bensì capace di organizzare complessi nuclei di senso.

– La studiosa ha proposto una riduzione chiara e distinta dei simboli astrologici secondo i rigidi schemi sintattici dello Zodiaco, per semplificarne la verifica esistenziale e anche al fine di ricostruire il percorso analogico, spesso obliato, che ha portato alla formazione di molti topoi semantici della tradizione.

– Nella pratica astrologica ovvero nella verifica sul campo, Lisa Morpurgo ha insistito sull’importanza del dettaglio “insignificante”, simile al lapsus freudiano, non coperto dalla maschera della persona ma rivelatore del condizionamento planetario, ovvero del principio di corrispondenza.

– La studiosa ha affrancato l’astrologia da qualsiasi forma di esoterismo, spiritualismo o umanismo psicologico. Nei suoi studi è invece presente uno strenuo sforzo di ricondurre l’astrologia nell’ambito del razionale: per ipotizzarne il meccanismo di funzionamento ha infatti svincolato la disciplina dall’astronomia per suggerirne un accostamento alla sociobiologia.

In ultimo è necessario riportare alcune considerazioni di Morpurgo circa il libero arbitrio, questione preliminare per accostare gli studi astrologici, la cui negazione è il fulcro critico del pensiero della studiosa:

«L’obiezione più diffusa dell’astrologia, l’obiezione che sorge immediatamente nel cervello dell’individuo posto di fronte al problema, è quella legata alla predestinazione e al libero arbitrio. Il salomonico astra inclinant, non necessitant, fu un espediente (adottato, in prima linea, dagli astrologi stessi) utilissimo per salvare il salvabile, ma inficiato ormai da quanto le scoperte di Freud (e se vogliamo, collateralmente, anche le scoperte dell’abate Mendel) hanno messo sotto i nostri occhi. Il libero arbitrio, che sembrava minacciato solo da una credenza imbecille e facilmente demolibile nell’influsso degli astri, viene rimesso in questione dall’esistenza dell’inconscio, che non si può cancellare con un frego.
L’individuo è indotto a parlare di “caso” o “destino” laddove lo Zodiaco addita chiaramente motivazioni inconfessate e scelte condizionate da inoppugnabili predisposizioni caratteriali. Tale operazione è occultata da un ingegnoso meccanismo di falsi scopi o di false cause [...]. L’individuo può spiegare, e spiega, quali motivi perfettamente “razionali” lo inducano a comportarsi in un dato modo con altre persone che “le circostanze” hanno messo sul proprio cammino (allo stesso modo con cui avviene la razionalizzazione postipnotica, ndr).
Ci si rifiuta insomma di aprire gli occhi su quella bizzarra volontà involontaria che ci induce a costruire con logica ferrea tutte le tappe della nostra esistenza.
Visto in questa prospettiva, l’antico faber est quisque suae fortunae è perfettamente valido, purché il termine faber sia inteso come strumento congegnato in modo da consentire il realizzarsi di tutte le possibilità concesse a un determinato individuo con determinate caratteristiche fisiche e mentali, inserito in un determinato tempo e in un determinato luogo. Le nostre scelte, insomma, non sarebbero diverse da quelle di un ordinatore che scarta un’ipotesi per adottarne un’altra in base a un programma prefissato. Il presentarsi continuo di queste varie ipotesi («Esco di casa subito oppure tra un quarto d’ora?») e la continua selezione che operiamo su di esse stanno alla base della nostra illusione di libertà.
Il terrore che un qualsiasi dubbio possa mettere in pericolo tale illusione è la radice dell’avversione all’astrologia, sebbene molti preferiscano motivarla in modo diverso. Discutere su questo punto è assai arduo, non soltanto perché l’uomo vuole, a tutti i costi, sentirsi libero, ma anche perché la cosiddetta “predestinazione” è vista in modo distorto, come un qualcosa che inchiodi l’uomo, senza possibilità di scampo, a una disperata immobilità. «Se tutto è già deciso allora non faccio più nulla» è la frase che affiora più frequentemente sulle labbra degli obiettori. Frase sciocca, mi si permetta di dirlo, perché in realtà siamo predestinati a fare esattamente tutto quello che faremo. Il trucco infernale suggerito dallo Zodiaco è che noi viviamo con una funzione precisa, cui corrisponde perfettamente la nostra struttura psicofisica, mentre ci illudiamo di vivere per degli scopi scelti da noi stessi.
Nella Grecia presocratica, dove si rintracciano i frammenti più importanti di un sapere zodiacale che stava scomparendo, l’inevitabilità del futuro era un fatto scontato e i vari tentativi di Laio (e di altri) per sfuggire al proprio destino suonavano come ammonimenti per chiunque alimentasse analoghe illusioni. L’oscurità dei messaggi oracolari va interpretata, a mio avviso, come un atto di pietà verso i consultanti, cui rimaneva un margine di dubbio per aggrapparsi alla speranza.58»
Doctor Gratiae, affresco in LateranoInteressantissimo poi il richiamo di Lisa Morpurgo al pensiero di Sant’Agostino:

«Chiave di volta del concetto di colpa, e dunque anche del ben più importante concetto di merito, il dogma del libero arbitrio fu l’unico tra i molti che sorressero l’umanità a non essere mai contestato e si presta anzi, nel nostro avanzatissimo secolo, a due scopi contraddittori: fornire ai nemici dell’astrologia un argomento psicologico contro il “fatalismo” e agli astrologi un argomento di grande peso economico per consigliare ai clienti come “evitare” il fato. L’unico pensatore che in epoca postsocratica si accanì a sviscerare il problema del tempo e della predestinazione con acutissima intelligenza fu Agostino, vescovo di Ippona, e la conclusione cui giunse è così geniale che non potremmo immaginarne una diversa, pur ammettendo che le radici del dilemma continuano a rimanere nascoste.

«Non dobbiamo credere che la nostra libera volontà sia un bel nulla per il fatto che Dio prevede quello che accadrà nella nostra volontà. Se Egli prevede, infatti, è qualcosa che prevede, non già il niente. Egli che previde quel che sarebbe successo nella nostra volontà non previde il niente, ma qualcosa. Dunque, nonostante il suo prevedere, qualcosa di nostro c’è nella nostra volontà... L’uomo dunque non pecca perché Dio ha previsto che peccherà. Ben altrimenti, Dio non ha dubbi sul fatto che l’uomo peccherà, perché Dio, che nella sua prescienza non può sbagliare, non è il fato o il caso che ha previsto o qualcos’altro di simile, ma ha previsto proprio questo, che l’uomo avrebbe voluto peccare. L’uomo, se non lo vorrà, non peccherà. Ma se non vorrà peccare, Dio avrà previsto anche questo»59.

Mi sembra che sant’Agostino faccia qui due distinzioni importantissime. La prima è una distinzione tra il tempo dell’uomo e il tempo di Dio, il tempo dove la successione degli eventi ne impedisce la visione totale e il tempo, invece, dove tale visione è consentita da una sorta di contemporaneità. Il tempo di Dio sarebbe, insomma, il nún di Parmenide, l’eterno presente che non si scinde in passato e futuro. Per Agostino, questi due tempi coesistono, anzi s’integrano anziché contraddirsi, perché ciascuno è legato a una particolare ottica, se così posso chiamarla: l’ottica di Dio e l’ottica dell’uomo. La seconda distinzione, ancora più interessante, soprattutto per gli scopi che si propone questo libro, riguarda il concetto di fatalità e il concetto di volontà, la cui coesistenza sembra inaccettabile. È convinzione comune, infatti, che ciascuno di noi possa usare la propria volontà per imprimere un certo corso agli eventi e il problema della prescienza divina insidia tale convinzione in modo sconcertante. La grande trovata di sant’Agostino sta nell’aver individuato l’indispensabilità della collaborazione umana nel succedersi degli eventi previsti da Dio. «Se Egli prevede, è qualcosa che prevede, non già il niente». Pur accettando la preordinazione del futuro, sant’Agostino afferma che la volontà dell’uomo è necessaria affinché il futuro si avveri. In modo più semplice, potremmo dire che il futuro è programmato e che all’uomo è affidato il compito di eseguire il programma, ossia di volere esattamente ciò che poi accadrà.
Anche il gesuita Naphta dirà molti secoli dopo: «L’uomo vuole il proprio destino» (Thomas Mann, La montagna incantata), e infatti l’analisi comparata di certi temi astrologici e della vita dei loro protagonisti ci consente di scoprire [...] una volontà segreta tesa a commettere una fatale serie di errori, ma occultata dal velo di una volontà illusoria che è semplice strumento della prima. L’una e l’altra risultano indispensabili affinché il destino della signora X si compia o, meglio, affinché la signora X esegua la parte del programma che le spetta.
Ecco perché la coscienza di un tempo di Dio dove tutto procede verso inevitabili scadenze non preclude la necessità di agire, come credono taluni che, posti davanti a dubbi sul libero arbitrio, pensano d’incrociare le braccia e di crollare su una poltrona per sempre. E semmai lo facessero, condannandosi a precoce morte (dovrebbero almeno mangiare per sopravvivere) collaborerebbero ugualmente alla loro sorte di sciocchi.
Sant’Agostino ha posto il problema del tempo umano in termini così limpidi che non è più possibile sfuggirvi.60

Per Lisa Morpurgo il libero arbitrio è quindi concepibile più come conoscenza di se stessi che come reale influenza sugli accadimenti esterni: l’importante non è tanto quel che si fa, ma sapere perché lo si fa.




1
F. R. Bastide, Lo Zodiaco. Segreti e sortilegi (1964), Milano, Longanesi, 1965.
2 L. Morpurgo, Introduzione all’astrologia e decifrazione dello Zodiaco (1972), ed. cit.
3 L. Morpurgo, Il convitato di pietra. Trattato di astrologia dialettica (1979), Milano, TEA, 2004.
4 L. Morpurgo, Lezioni di astrologia (1983-1992), 4 vol., Milano, TEA, 2000, 2001
5 G. de Santillana, H.von Dechend, Il mulino di Amleto. Saggio sul mito e sulla struttura del tempo (1969), Milano, Adelphi, 1983
6 L. Morpurgo, Introduzione all’astrologia e decifrazione dello Zodiaco, ed. cit., pp. 12 e 13.
7 L. Morpurgo, “L’astrologia come ricerca archeologica”, relazione per il Convegno astrologico, Saturnia, 1984.
8 L. Morpurgo, “Lo Zodiaco come cosmogonia”, relazione per il Terzo seminario Eysenck di ricerca in astrologia, 3-4-5 giugno 1988, Museo Villa Pignatelli, Napoli.
9 L’Autore fa spesso riferimento a Ugo Volli e al suo volume, Il linguaggio dell’astrologia, Milano, Bompiani, 1988, nei capitoli precedenti della tesi. Ugo Volli (Trieste, 1948), semiologo, laureato in Filosofia a Milano, è professore ordinario di Semiotica del testo alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Torino, dove insegna pure Semiotica della pubblicità e dirige il Centro Interdipartimentale di ricerca sulla Comunicazione. Svolge un'intensa attività di pubblicistica culturale su quotidiani e settimanali, in particolare su "Repubblica" di cui è – dalla fondazione del giornale – uno dei critici teatrali. Ne Il linguaggio dell’astrologia, Volli critica radicalmente le basi logiche dell’astrologia.
10 L. Morpurgo, “Lo Zodiaco come cosmogonia”, art. cit.
11 L’effetto Barnum (dal nome del circense Phineas T. Barnum), anche chiamato effetto di convalida soggettiva o effetto Forer (dal nome dello psicologo Bertram R. Forer), è l'osservazione secondo cui ogni individuo, posto di fronte a un profilo psicologico che crede a lui riferito, tende a immedesimarsi in esso ritenendolo preciso e accurato, senza accorgersi che quel profilo è abbastanza vago e generico da adattarsi ad un numero molto ampio di persone
12 L. Morpurgo, “Lo Zodiaco: rivoluzione metodologica e prospettive euristiche”, articolo pubblicato sul n.2/1981 di “Astra”.
13 L. Morpurgo, “Lo Zodiaco: rivoluzione metodologica e prospettive euristiche”, articolo pubblicato sul n.2/1981 di “Astra”.
14 L. Morpurgo, “Lo Zodiaco come cosmogonia”, art. cit.
15 N. Sementovsky-Kurilo, Nuovo trattato completo di astrologia teorica e pratica (1954), Milano, Hoepli, 1989: noto trattato di astrologia del XX sec.
16 L. Morpurgo, “Una metodologia e i suoi problemi”, relazione per il III Congresso di studi astrologici, Varese, 1982.
17 T. de Quincey, “Sortilege and astrology” in Leaders in literature with a notice of traditional errors affecting them (1863), Edimburgh, 1962.
18 L. Morpurgo, “Un lungo cammino”, pubblicato sul n. 7/1993 di “Ricerca 90”.
19 L. Morpurgo, “Nascita di un metodo”, art. cit.
20 Ibidem.
21 L. Morpurgo, “Un lungo cammino”, art. cit.
22 Ibidem.
23 L. Morpurgo, “Lo Zodiaco: rivoluzione metodologica e prospettive euristiche”, art. cit.
24 Ibidem.
25 L’autore fa riferimento a un libro più volte citato nei capitoli precedenti della tesi, quello di Ornella Pompeo Faracovi, Scritto negli astri. L’astrologia nella cultura dell’Occidente, Venezia, Marsilio, 1996.
26 Cfr. di E. de Martino, Sud e magia, ed. cit., prefazione e Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo, ed. cit., cap. I.
27 L. Morpurgo, “Storia di dodici congressi”, relazione per il XII congresso di studi astrologici, Riccione, 1993.
28 L. Morpurgo, “Lo Zodiaco: rivoluzione metodologica e prospettive euristiche”, art. cit.
29 Ibidem.
30 L. Morpurgo, Il convitato di pietra. Trattato di astrologia dialettica, ed. cit., p. 74.
31 Ibidem.
32 L. Morpurgo, “La radice del simbolo”, relazione per il IV Congresso di studi astrologici, Varese, 1983.
33 Cfr. in Appendice “La censura” e “La misoginia” da L. Morpurgo, Il convitato di pietra. Trattato di astrologia dialettica, ed. cit.
34 L. Morpurgo, Introduzione all’astrologia e decifrazione dello Zodiaco, ed. cit., p. 345-347.
35 L. Morpurgo, “Un lungo cammino”, art. cit.
36 D’altronde anche Freud non riteneva propedeutici alla psicologia gli studi di medicina, cfr. S. Freud, Il problema dell’analisi condotta da non medici (1926), in Freud-Opere, vol. X, Torino, Bollati-Boringhieri, 1978.
37 L. Morpurgo, “Lo Zodiaco come cosmogonia”, art. cit.
38 Come abbiamo scritto precedentemente, Morpurgo postula l’esistenza di altri due pianeti oltre gli otto conosciuti, per un totale assieme al Sole e alla Luna di dodici corpi celesti.
39 La sequenza planetaria secondo lo schema domiciliatorio tradizionale è basata sulla distanza dai corpi celesti dalla terra.
40 L. Morpurgo, Il convitato di pietra. Trattato di astrologia dialettica, pp. 9-11.
41 Cfr. par. III.3.
42 L. Morpurgo, “Una metodologia e i suoi problemi”, art. cit.
43 L. Morpurgo, Il convitato di pietra. Trattato di astrologia dialettica, ed. cit.
44 E. Fromm, Grandezza e limiti del pensiero di Freud (1979), Milano, mondatori, 1979, p. 30.
45 Secondo lo schema planetario tolemaico ogni corpo celeste ha il domicilio in due segni e l’esaltazione in un altro segno, tranne Mercurio che è sia domiciliato che esaltato nel segno della Vergine.
46 L. Morpurgo, Introduzione all’astrologia e decifrazione dello Zodiaco, ed. cit., pp. 11-14.
47 Il dettaglio insignificante in Morpurgo è analogo al lapsus in Freud, cfr. S. Freud, Introduzione alla psicanalisi. Prima e seconda serie di lezioni (1916-1917), Torino, Bollati Boringhieri, 1987.
48 L. Morpurgo, “Nascita di un metodo”, art. cit.
49 L. Morpurgo, “Lo Zodiaco: rivoluzione metodologica e prospettive euristiche”, art. cit.
50 E. Fromm, op. cit., p. 30.
51 L. Morpurgo, “Premessa a un nuovo tipo di ricerche”, relazione per il VI Congresso di studi astrologici, Mantova, 1985.
52 Il tema di Rivoluzione Solare è una tecnica astrologica per cui si redige un grafico calcolando esattamente il momento in cui il Sole, ogni anno, ritorna sugli stessi gradi, primi e secondi che aveva al momento della nascita di un individuo. Secondo i suoi cultori tale tecnica serve per prevedere i possibili eventi che accadranno nel corso dell'anno, il quale viene misurato da un compleanno all'altro. Il tema di Rivoluzione Solare va letto in relazione al grafico di nascita (tema natale). Il tema di Rivoluzione Solare viene domificato, per il luogo dove la persona si trova a vivere nel periodo del compleanno, indi per cui vi sono astrologi che consigliano il luogo geografico migliore in cui passare il compleanno per ottenere i migliori benefici annuali.
53 L. Morpurgo, Lezioni di astrologia, ed. cit., vol. 4, pp. 11 e 12.
54 L. Morpurgo, Il convitato di pietra. Trattato di astrologia dialettica, ed. cit., pp. 19-22.
55 L. Morpurgo, “Le radici psicobiologiche dei condizionamenti zodiacali”, relazione per il X Congresso di studi astrologici, Verona, 1989.
56 L. Morpurgo, Il convitato di pietra. Trattato di astrologia dialettica, ed. cit., p. 33.
57 Cfr. ivi, pp. 104 ss.
58 L. Morpurgo, Il convitato di pietra. Trattato di astrologia dialettica, ed. cit., pp. 115 e 116.
59 Agostino (Sant’), De Civitate Dei, libro 5, cap. 10.
60 Ivi, pp. 279 e 280.

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